In Lombardia si gioca la partita decisiva. Domani il Cav a Milano

L’aria che tira è buona. Gli ultimi sondaggi, che danno Roberto Maroni in leggero vantaggio  sul candidato del centrosinistra Umberto Ambrosoli, e il nervosismo di Bersani che da Roma invita elegantemente  Gabriele Albertini a ritirarsi in favore del candidato democratico, fanno ben sperare il centrodestra lombardo. Da settimane sulla regione più popolosa d’Italia si concentrano i riflettori nazionali, i “borsini” elettorali la danno in bilico insieme alla Sicilia e al Veneto (dove la vittoria del centrodestra è quasi scontata). Determinante, quindi, per i prossimi equilibri politici in vista di un eventuale pareggio al Senato. Qualcuno l’ha ribattezzata “ansia da pareggite”. Non a caso da largo del Nazareno tuonano contro il pericolo leghista, «negli ultimi dieci anni la Lega ha ammazzato, ha massacrato le autonomie, che non sono mai state peggio. Una macroregione con sede a Milano e una poltrona con Maroni seduto, questa sarebbe l’idea della Lega».

Alla vigilia dell’aperitivo milanese di Berlusconi, che potrebbe riservare l’annuncio di una nuova sorpresa («so tutto ma ho giurato di non dirlo», scherza Maroni), «la partita è apertissima», dice Paola Frassinetti al telefono mentre gira il Veneto dove è candidata alla Camera per Fratelli d’Italia. Milanese doc, un passato nelle file del Msi e di An, è ottimista: «Ambrosoli non ha una sua specificità, non ha appeal, non ha la capacità di contrastare il reale substrato di centrodestra della Lombardia, come invece ha dimostrato Pisapia». Poi, aggiunge, la Lombardia non è solo Milano, dove si concentrano le “truppe” di Ambrosoli e Albertini, «Maroni ha un radicamento molto più diffuso e omogeneo, nelle campagne, nelle piccole province dove l’anima di centrodestra è più forte». I rapporti con  la Lega? Polemiche più nominali che sostanziali. «C’è un affiatamento collaudato, governiamo da anni in tanti comuni capoluogo. Anche sui programmi molte parole d’ordine ci uniscono. Dall’approccio al territorio all’opposizione a un Monti bis, dall’avversione per la  finanza internazionale alla lotta alla mafia. L’unico aspetto  sui cui dobbiamo vigilare è l’eventuale scorciatoia secessionista che non ci appartiene. Ma questa Lega – continua la Frassinetti – è molto diversa da quella bossiana. Maroni è stato ministro dell’Interno, un ministero pesante. Non è Calderoli…».

Noi lombardi – conferma Gregorio Fontana, parlamentare uscente del Pdl, bergamasco doc  – siamo abituati a confrontarci con la realtà, con i programmi concreti. E con la Lega possiamo vantare un’esperienza molto positiva nelle amministrazioni locali». La Lombardia è nel dna del centrodestra – continua Fontana a poche ore dalla tappa milanese del Cavaliere – tutto lo stato maggiore nazionale è  impegnato senza risparmiarsi, penso al tour di Angelino Alfano e alla presenza in campo di tutti i big nazionali». La Lombardia è il simbolo di questa tornata elettorale perché «è la storia stessa del Pdl, di Forza Italia, che è nata qui, ma anche di An. Berlusconi è un uomo del Nord, della Brianza, qui ha costruito un impero dal nulla. È da qui, dalle zone produttive del Nord, che può ripartire la ripresa economica dell’Italia». La posta in gioco è alta e i cittadini lo sanno. E gli scandali che hanno travolto la giunta Formigoni? Già dimenticati?«Intanto bisogna verificarne la fondatezza, visto l’operato della magistratura che prima ha messo sotto accusa il centrodestra e poi, soltanto in questi giorni, si è precipitata a spostare l’occhio sull’allegra gestione dei fondi regionali che riguarda tutti i partiti. Bisogna distinguere le responsabilità penali dalle campagne stampa». E poi «nelle nostre liste c’è stato un ampio rinnovamento all’insegna del merito e della moralità. Molti gli uscenti, ma anche molti i nuovi ingressi». Non si sa mai.