Il Peter Pan di Disney compie 60 anni e in tempi di crisi il suo mito si rafforza

In principio furono i Vitelloni di Federico Fellini. Poi, più di cinquant’anni dopo, sarebbero stati i bamboccioni di Padoa Schioppa a ribattezzare il fenomeno, rinverdito – e ulteriormente svilito, se mai ce ne fosse stato bisogno – nel corso dell’ultima legislatura dai choosy di Elsa Fornero: tutti epigoni del più celebre Peter Pan, un mito riletto nel 1953 in versione cartoon per il grande schermo dalla Casa di Topolino, che ha compiuto sessant’anni proprio in questi giorni. Un personaggio dal fascino e dalle ascendenze intramontabili, non solo perché nato nel 1902 dalla penna dello scrittore scozzese James Matthew Barrie, e sublimato mezzo secolo dopo dalla matita di Walt Disney, ma perché nei decenni la sua incarnazione del mito dell’eterno ragazzino che si rifiuta di crescere – rifugiandosi nella dimensione irreale dell’“isola che non c’è”, popolata di sirene, pirati, indiani e bimbi sperduti – è stata eletta a simbolo del disagio maschile di fronte all’emancipazione femminile; della difficoltà dei giovani ad affrancarsi dal tetto casalingo.

In oltre un secolo di vita letteraria, il suo mito è riecheggiato in opere teatrali e produzioni culturali di varia natura, (film, cartoni animati, fumetti), e nel relativo merchandising, proprio perché, accompagnando storia sociale ed evoluzioni del costume, quel ragazzino, che nell’immaginario collettivo ha i lineamenti e i colori del disegno Disney, ha raccontato a vario titolo nel corso del tempo la tensione ad allungare l’età dell’innocenza, frutto del rifiuto di abitare la società contemporanea. La famosa “sindrome di Peter Pan”, una situazione psicologica, sociale, culturale, sempre più diffusa, con cui sociologici e psicoterapeuti sintetizzano le difficoltà del mondo giovanile a debuttare nell’universo di obblighi e possibilità dell’età adulta. Un sindrome pesantemente cavalcata anche dai ministri dell’ultimo esecutivo tecnico a giustificazione di crisi e disoccupazione. Tutti ricordiamo le frasi dell’ex premier Monti: «il posto fisso non è un diritto» e «il posto fisso è una pura illusione», quando non addirittura «noioso». Un invito agli “eterni ragazzini” a continuare a sguazzare tra sfiducia nel domani e videogame. Come deprecare, allora, tutti i vitelloni, bamboccioni, choosy e le altre derivazioni di Peter Pan? All’illustre genitore, gli auguri per i sessant’anni di vita cinematografica; ai più disgraziati eredi odierni la speranza di lasciare presto l’“isola del lavoro che non c’è”, alla ricerca di un approdo reale con cui uscire dalla crisi.