Il mangiapreti Dario Fo si scopre solidale con papa Ratzinger

Chiesa connivente con la mafia, intrighi e loschi affari, Bertone “uomo nero”. Grillino dichiarato (si dice che il comico lo abbia proposto come successore di Napolitano), ateo immarcescibile, Dario Fo si lascia intervistare dal Fatto Quotidiano per l’ennesimo commento sulle dimissioni di Benedetto XVI. L’occasione è ghiotta per sparare contro il Vaticano dipinto a tinte fosche come un covo secolare di nefandezze. E fin qui nessuna novità per un anticlericale incallito come il Premio Nobel, se non la veemenza dell’attacco. I prelati sono «complici, anzi promotori, di strategie meschine… hanno inventato il Purgatorio per guadagnare miliardi costringendo i familiari dei morti a pagare per le messe» e via insultando. La notizia è invece la difesa di papa Ratzinger «costretto» a dimettersi, «tradito dai marpioni che lo difendono, non vedo né paura né violenza, piuttosto un lungo logoramento che lo ha portato ad andarsene». Debole e  fiacco come tutti i pontefici, «potenti solo sulla carta», come delle marionette, «sono schiavi dei ricattatori. Non hanno speranza». E per questo vengono scelti sempre anziani e rincoglioniti. «Un pontefice giovane e autorevole incrinerebbe il sistema di potere».

Sarà per la sua veneranda età, 88 anni, che l’attore dimentica un piccolo dettaglio: Giovanni Paolo II fu eletto papa a soli 58 anni ed  è rimasto sul trono di Pietro per 25 ( e non dava l’impressione di essere esile e malaticcio). Ma è un dettaglio senza importanza.  Ne Il mistero buffo  mise in scena un papa rimbambito che dialoga con un  Gesù distratto che non lo riconosce, «ma sono il papa non mi riconosci? Ma come non hai detto tu a Pietro di fare il papa?». E giù risate. Ne Il papa e la strega, per non smentirsi, interpreta un goffo pontefice bloccato da un forma acuta di spondilite anchilosante (il colpo della strega, appunto) che si incricca dopo aver detto che «il primo profilattico di gomma fu opera illuminata dallo Spirito santo». I successori di Pietro proprio non gli vanno a genio. E neppure Ratzinger, che oggi difende con pietas “cristiana”. Neppure in occasione dell’udienza che Benedetto XVI nel 2009 promosse con gli esponenti del mondo dell’ arte, della letteratura e dello spettacolo, si piegò al nemico. Unico a rifiutare tra le centinaia di colleghi (da Portoghesi a Libeskind a Calatrava, da Bevilacqua a Cerami, da Margaret Mazzantini a Susanna Tamaro, da Bellocchio a  Pupi Avati, da Castellitto alla Guerritore, da Monicelli a  Laura Morante, da Foà a Sorrentino, a Nanni Moretti). «Lo abbiamo invitato, ma finora non ci ha risposto», assicurò Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura. «Non è vero, non mi è arrivato nessun invito», rispose seccato Dario Fo, che chiuse l’ incidente con una battuta, «sarà stato uno scherzo da prete, come al solito».