I sette errori capitali di Gianfranco Fini

Gianfranco Fini è entrato in Parlamento nel 1983 e ne è uscito con le elezioni di ieri. Era tra i più longevi parlamentari d’Italia, insieme a Casini, con 30 anni di servizio sulle spalle. Un politico che ha attraversato tutte le epoche della politica italiana da protagonista. Delfino designato di Almirante appena maggiorenne, sostenuto dal ministro dell’Armonia Pinuccio Tatarella come “regina d’Inghilterra” che avrebbe potuto tenere insieme una destra da sempre sconquassata dai personalismi e dalle spinte centrifughe. Nel bene e nel male ha segnato la storia della politica italiana e, ovviamente, della destra. Nel ’93, con la sua candidatura a sindaco di Roma, raccolse elettoralmente i frutti dell’esclusione del Msi dal sistema di Tangentopoli che era andato in pezzi e come leader dell’unico partito “dalle mani pulite” ottenne il 48 per cento dei consensi dei romani, che assegnarono alla lista del suo partito il 31 per cento. A Napoli, nella stessa tornata elettorale, il Msi ottenne il 33. Con la fondazione di An Fini istituzionalizzò la realtà di una destra non più marginalizzata e esclusa ma con la vocazione di rappresentare tutti gli italiani. Nell’immaginario di tutti, Fini divenne il politico che, per la sua età e le sue caratteristiche, avrebbe preso la guida del centrodestra dopo Berlusconi.  Questo fino al 14 dicembre del 2010, quando il Fini presidente della Camera – forse convinto che il dopo-Berlsucnoi fosse troppo lontano per le sue aspettative – fece un accordo con le forze dell’allora opposizione per sfiduciare il governo della sua stessa maggioranza, senza riuscirvi. Ora è fuori dal Parlamento e forse – è prematuro prevederlo – fuori dalla politica. Aldilà dei giudizi coloriti che oggi impazzano soprattutto sui social network, una tale uscita di scena merita una riflessione più tecnica. Fini ha commesso degli errori palesi, alcuni dei quali solo di recente ha lui stesso ammesso. È stato un errore sciogliere Alleanza nazionale per entrare nel Pdl. La scelta, peraltro condivisa da tutti i maggiorenti del Msi che lo seguirono, fu dettata da considerazioni oggettive, quali l’attrattiva sempre maggiore che esercitava Berlusconi su un elettorato di centrodestra ormai convertito al bipolarismo e sempre meno interessato alle istanze identitarie o ideologiche, con un allarmante calo di An registrato in ogni sondaggio, e la garanzia da parte di Berlusconi di una rappresentanza nel Pdl – il famoso accordo 70-30 – che blindava e tutelava tutti gli esponenti di An. Ma una volta fatto il passo Fini ha perso la possibilità di “puntare i piedi”  con un partito alle spalle, per  bilanciare le pretese della Lega. Le difficoltà di relazione con Berlusconi, che già erano presenti, lo hanno portato a scegliere di estromettersi dalla politica di governo chiedendo per sé una posizione esterna quale quella di Presidente della Camera. Ha sbagliato a interrompere a quel punto le comunicazioni con il leader del Governo e del partito di cui faceva parte, demandandole ad altri e lasciandosi esposto agli attacchi quotidiani di organi di stampa gestiti da chi aspirava a prendere il suo posto come “numero 2” del Pdl e erede di Berlusconi. Ha ovviamente sbagliato i calcoli il 14 dicembre del 2010, ottenendo sì di azzoppare la propria stessa maggioranza, ma consegnandosi poi prigioniero nelle mani dei suoi ex avversari. Poi, contro la propria volontà e sospinto dai suoi, ha fondato un partito in cui non credeva. A quel punto avrebbe dovuto scendere dallo scranno presidenziale e mettersi tra i suoi e alla testa del partito, a fare il capo. Ma ha preferito non farlo, è restato “super partes”, ha lasciato che per il partito lavorassero persone meno autorevoli di lui e così non ha formulato una proposta alternativa e l’ha delegittimata lui stesso rifiutando di identificarsi con essa. Ottenuto poi il “passo indietro” di Berlusconi non ha fatto nulla per rilanciare una proposta di centrodestra, rifiutando, insieme a Casini, le aperture di Alfano. Infine, abdicando nuovamente ad un ruolo da protagonista, si è collocato nella scia di Monti, condividendone le colpe, e all’ombra di Casini, risultandone ancor più sottodimensionato. Nella percezione popolare è stato visto come uno che ha distrutto senza creare e ha tentato di fa perdere altri senza avere nulla da vincere lui stesso. Forse gli errori sono meno di sette o forse anche di più. Il risultato è – invertendo il paradigma ben noto – l’aver trasformato il suo stesso giardino in un deserto. E siccome in quel giardino c’eravamo cresciuti anche noi, è una storia ben triste.