Gli elettori di “pancia” e quelli “illuminati”. Chi ha paura del suffragio universale?

Analfabetismo di ritorno in Italia. Lo afferma il linguista Tullio De Mauro in un’intervista pubblicata dalla rivista trimestrale Il Mulino in cui si parla di “dati catastrofici”: un 5 per cento della popolazione adulta, persone tra i 14 e i 65 anni, non è in grado di accedere alla lettura di un questionario. Poi c’è un altro 38% che identifica il valore delle lettere ma non legge. Un j’accuse che dovrebbe in primo luogo coinvolgere la scuola, il sistema educativo e formativo nel suo complesso (compresi la tv e i media non tradizionali) ma che, a poche ore dal voto di domenica, si riverbera secondo Il fatto quotidiano anche sulla politica. Così in un video del sito online del giornale di Padellaro e Travaglio troviamo l’illustre linguista che ci avverte: “Molti sono spinti a votare più con la pancia che con la testa” con inevitabili ripercussioni negative sulla democrazia. E che si fa? Si abolisce il suffragio universale? No, la diagnosi di De Mauro è più complessa: sono le classi dirigenti, osserva, che si accontentano, anzi che hanno addirittura bisogno, di un elettorato con scarso senso critico. Il dito è puntato contro la politica, allora, che non svolge alcun compito formativo né per gli eletti né per gli elettori. Se bastasse aprire qualche biblioteca in più (una delle strade suggerite da De Mauro) e qualificare meglio i docenti italiani qualche risultato si potrebbe anche raggiungere. Ma stupisce che si vada alla fine a rincorrere la solita divisione tra elettori di serie B (quelli che votano di pancia) e elettori “illuminati”, ovviamente quelli progressisti (anche se non viene detto esplicitamente). Il modo più sbrigativo per giustificare il fatto che gli eletti sono e restano lo specchio del Paese e che siamo dunque in piena involuzione della democrazia. Tanti analfabeti di ritorno significano tanti eletti “impresentabili”. Ma, se si va più a fondo della questione, bisognerà riconoscere che tutto questo è anche e soprattutto il portato della fine delle tanto deprecate ideologie. Queste ultime, con tutti i loro limiti, producevano una politica “idealista” capace di contagiare l’elettorato egoista e pantofolaio e avevano come bacino di riferimento un apparato di militanti e non di carrieristi. Dopo, c’è stato spazio per lo spettacolo e per le passerelle. Il vuoto di idee, il pragmatismo senza più sforzi di letture complesse della realtà elargito come “innovazione”. E le assemblee elettive si sono riempite di personaggi peggiori della società civile che avrebbero dovuto rappresentare. Ma la responsabilità non è certo del fatto che il 5 per cento della popolazione non sa leggere un questionario. L’analfabetismo di ritorno ha colpito purtroppo proprio la politica (nella società c’è sempre stato) senza trovare dighe che ne potessero arginare l’irruenza. E, senza l’energia di una visione del mondo trasformatrice alle spalle, non c’è rimasto più nessuno a pretendere qualcosa di migliore e di più degno. La politica non dà più risposte di progetto perché nessuno le chiede. Solo slogan per chi è arrabbiato. Per chi in biblioteca non ci andava prima e non ci andrà dopo.