Foibe, il ricordo che aiuta la memoria condivisa

Niente più “pagine strappate” nella storia d’Italia. Sia pure faticosamente, e dopo decenni di oblìo, quella della nostra nazione comincia a essere una memoria condivisa. E’ il Giorno del Ricordo, solennità nazionale istituita nel 2004 per ricordare e commemorare le vittime dei massacri delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata durante l’ultima fase della Seconda Guerra mondiale. Dal 2005 ogni 10 febbraio in tutta Italia si sono svolte commoventi cerimonie dedicate alla memoria da parte dei nostri più alti vertici istituzionali: oggi nella Cappella Paolina del Quirinale si tiene un concerto il cui programma trae spunto dalla tragica vicenda del confine orientale. Lo stesso capo dello Stato celebrerà ufficialmente la ricorrenza. Nel 2007, lo stesso Napolitano definì i massacri delle foibe «un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica».

E fu proprio così: le forze di Tito, volendosi annettere le terre italiane in questione, attuarono uno sterminio con un duplice scopo: quello politico, assassinando non solo i fascisti, ma tutti coloro che non erano favorevoli al disegno annessionistico di Tito, e pragmatico, perché eliminando fisicamente gli abitanti di etnia italiana dal territorio, o uccidendoli o cacciandoli, potevano impossessarsi di tutti i loro beni, cosa che puntualmente avvenne. Uno dei metodi – ma non l’unico – scelto dai partigiani che portavano sul berretto la stella rossa jugoslava – come è ben testimoniato dalla fiction “Il cuore nel pozzo” del 2005 – era quello di far scomparire i morti, ma talora anche i vivi, nelle depressioni carsiche naturali chiamate foibe. I malcapitati, uomini, donne, bambini, anziani, venivano condotti sull’orlo di questi pozzi e fucilati, o semplicemente legati tra loro col filo spinato e spinti giù. Molti vi giungevano dopo torture e sevizie, e le donne dopo stupri brutali. Furono infoibati anche sloveni anticomunisti e molti religiosi. Pochissimi riuscirono a sopravvivere al precipizio, e qualcuno è risalito per raccontare l’incubo. Ma, come spesso denunciato, la storiografia marxista egemone nel lungo dopoguerra aveva completamente silenziato sia i massacri delle foibe sia l’esodo giuliano e dalmata, i cui protagonisti furono trattati dalle autorità alla stregua di intrusi fastidiosi.

I comunisti avevano interesse a non far sapere che tipo di “ordine” volevano istituire in Europa, i democristiani tacquero e nascosero per vigliaccheria, per paura, per non ricordarsi che avevamo perso la guerra. L’Europa non voleva disturbare Tito, perché voleva utilizzarlo in funzione anti-sovietica da quando aveva rotto con Stalin e con Mosca. Solo la destra in Italia continuò, peraltro inascoltata, a denunciare quello che accadde allora ai nostri confini orientali, gli orrori, i massacri, la pulizia etnica, ma la congiura del silenzio fu troppo forte, al punto che i libri di storia dal 1945 al 2005 non citano le foibe se non in modo generico e stravolgendo la realtà. Come accadde peraltro per il massacro di 15mila militari e civili polacchi a Katyn, la cui responsabilità per anni fu addossata ai tedeschi quando invece a compiere il massacro furono i sovietici. Ma la verità storica, sia pure nei tempi lunghi, si impone. Rattrista solo che ancora oggi ci sia chi non solo nega le foibe ma addirittura ne distrugga i simboli della memoria, come è accaduto a Torino nei giorni scorsi. Ma il muro di omertà è caduto, e gli italiani di domani avranno finalmente quella memoria condivisa di cui la nazione ha bisogno.