Destra e sinistra superate? C’è chi dice no e spiega che dobbiamo tenercele per forza…

Torna la rissa? Torna il bipolarismo? Torna il “tutti contro Silvio”? No. A tornare, in questa campagna elettorale, sarebbero le vecchie categorie destra-sinistra, che sempre funzionano (e sempre funzioneranno, giurano in tanti) per posizionare gli elettorati quando le urne si stanno per aprire. Un revival confermato anche dai sondaggi che fotografano la difficoltà del centro di Monti ad attrarre consensi (il Prof è stabilmente fermo tra il 9 e il 10 per cento) e la ripresa di uno scontro tra i due poli: quello berlusconiano e quello di sinistra. E domenica su La Lettura, l’inserto culturale del Corriere, l’economista Michele Salvati spiegava così la ragione dell’immarcescibile presenza di categorie, destra e sinistra, che tutti danno per superate e che invece ancora troneggiano nel nostro linguaggio politico e impolitico: quelle etichette nascono con la Rivoluzione francese, in quel momento di frattura che dà vita alla modernità con l’ingresso delle masse nella storia, i primi vagiti della democrazia, il rafforzarsi dell’individualismo. Difficile quindi, conclude Salvati, distaccarsi da quell’orizzonte, e troppo arduo cercare nuove categorie alle quali ancorare il linguaggio politico.

Eppure, avverte oggi sempre sul Corriere Pierluigi Battista, se ci si consegna mani e piedi a questa teoria siamo condannati a sintesi quotidiane tra posizioni che non possono essere ridotte a questo o quello schieramento. Scrive Battista: “Penso che lo Stato debba intromettersi il meno possibile nell’attività economica: sono di destra? Però penso anche che lo Stato non debba intromettersi nella sfera dei gusti sessuali delle persone o stabilire legislazioni a sfavore delle unioni dello stesso sesso. Dunque sono di sinistra?”. Domande che legittimamente, e per ogni campo di intervento, può porre a se stesso qualunque elettore.

Il punto allora sembra essere un altro: sono gli studiosi e i politologi e, a cascata, i media, che non possono fare altro che usare quelle categorie, proprio perché le evocazioni e le analogie che suscitano sono talmente vaste da fungere, per paradosso, quali metafore semplificanti. Al contrario la politica dovrebbe assecondare la complessità e non comprimerla, e dunque rinunciare non tanto alle etichette destra-sinistra quanto al luogocomunismo che esse recano con sé. E uno dei luoghi comuni più resistenti è proprio quello che vorrebbe la destra schierata per la disuguaglianza e la sinistra paladina dell’uguaglianza. Spetterebbe sempre alla politica cercare nel linguaggio quell’innovazione che sappia scardinare la pigrizia dello schema e del pregiudizio. E del resto anche la recente storia italiana insegna che quando il nuovo fa davvero irruzione nel quadro politico il vecchio schema salta e le distinzioni tra destra e sinistra fanno fatica a racchiudere il racconto di ciò che sta per davvero accadendo. È avvenuto con la Lega, e poi con Forza Italia e ora sta avvenendo con Grillo. In definitiva l’interrogativo è: può la politica permettersi di restare ferma al 1789?