Da Fini a Marini, da Cesa a Di Pietro: tanti i big rimasti senza scranno

Non ce la fanno tanti decani del Palazzo. La bocciatura popolare di molti big è trasversale agli schieramenti: ce n’è per tutti, vecchi e nuovi partiti come Rivoluzione civile. L’esclusione più clamorosa è certamente quella di Gianfranco Fini, capolista alla Camera in tutte le circoscrizioni per Futuro e Libertà, che raccoglie meno di 158mila voti e lo 0,46%. La terza carica dello Stato, dopo trent’anni, esce dal Parlamento come pure l’ex presidente del Senato, Franco Marini. Ce la fa per un soffio al Senato, Pier Ferdinando Casini, restano disoccupati tra i centristi doc  Lorenzo Cesa e Rocco Buttiglione. Vittima eccellente anche Antonio Di Pietro, che con Antonio Ingroia, ha raccolto circa l’1,8% al Senato (intorno a 550mila voti) e alla Camera il 2,2%, più o meno la metà di quanto era riuscito a fare nel 2008 l’ex pm allora alleato del Pd. Tra le file montiane non ce la fa l’ex direttore del Tempo, Mario Sechi, che riprenderà i suoi panni più adatti di commentatore politico. Nel Pd restano senza seggio tra gli altri Paola Concia, candidata al Senato in Abruzzo, «entra Razzi non io… Mi dispiace per gli abruzzesi», scrive su twitter. Nelle file finiane si registra una vera moria: esclusi con il leader anche Italo Bocchino e Giulia Bongiorno, Roberto Menia, il sicilianissimo Fabio Granata vicecoordinatore di Fli e Carmelo Briguglio. Niente seggio per  Gianfranco Micchiché del Grande Sud e Raffaele Lombardo del Movimento per le autonomie. Niente da fare per Oscar Giannino, reduce dalla batosta dello “scandalo master”, una «sonora sconfitta» per Fare per Fermare il declino, ammessa senza mezzi termini da Silvia Enrico che ha preso il testimone del giornalista-economista. In tanti si leccano le ferite e forse, a conti fatti, rimpiangono di non aver fatto, come Valter Veltroni e Massimo D’Alema, il beau geste di non candidarsi per lasciare spazio alle nuove leve.