Travaglio, il “Coso”. Così il Cav ha vendicato tutti gli “storpiati” da Marco

Povero Marco, colpito e affondato nel suo sport preferito, la caccia al nomignolo per ridicolizzare l’avversario: “Coso”, ha detto ieri sera Berlusconi rivolgendosi a Travaglio. E in pochi istanti la rete s’è sganasciata dalle risate: quella parolina neutra e apparentemente insignificante affibbiata al giornalista più cattivo d’Italia s’è trasformata in un “trend topic” formidabile. Peggior affronto il “re” dei nomi storpiati non poteva subirlo. Così, tra le pieghe del duello tra il Cavaliere e Santoro, su quel “Coso” gettato lì nel dibattito da Berlusconi, come una bombetta apparentemente innocua, s’è consumata la più grande vendetta di un’intera generazione politica di vittime delle caricature travagliane: da Guido Bertolaso, che Travaglio ama definire Disguido Bertolaso, Bertolaido o Bertoldo, allo stesso Silvio Berlusconi, che per il direttore del “Fatto” è da sempre il Banana o Al Tappone. Ed ancora, Giuliano Ferrara, per anni costretto a sentirsi chiamare Giuliano l’Aprostata, Vittorio Feltri il Littorio, Pigi Cerchiobottista, Giorgio Ponzio Napolitano, il ministro Angelino Al Fano, Maurizio Belmento, Scodinzolini, Umilio Fede, Bottino Craxi e via dicendo. La vendetta, tremenda vendetta, è arrivata nel finale. «Ecco la mia lettera per Coso», s’è lasciato scappare il Cavaliere mentre Santoro lo invitava a sedersi al posto del suo grande accusatore. Un lapsus, una svagatezza, una semplice punzecchiatura? Forse. Ma con l’impatto di un calcio negli stinchi sul giornalista più creativo d’Italia, molto più di quell’elenco di condanne e della spolveratina alla sedia. “Coso” Travaglio, da oggi, ha un nomignolo tutto per sè: peccato che l’altro “re” delle caricature dialettiche, Emilio Fede, sia andato in pensione, altrimenti ne avrebbe approfittato subito.