Torna in libreria l’opera di Vico, che fu apprezzata da Evola e Gentile

Il ritorno di Giambattista Vico non era per niente scontato, vista la sua prosa difficile e la scarsità di estimatori. Eppure Bompiani lo rilancia con un’edizione accurata e scrupolosa de “La Scienza nuova” che Emanuele Severino definisce sul “Corriere” un’«imponente operazione culturale». Ma che ha da dire Vico ai contemporanei? Secondo Severino importante fu la sua intuizione di illuminare la storia attraverso una filosofia che ne facesse cogliere la verità. Fu proprio Vico, in ogni caso, a far fare all’erudizione storica un salto di qualità trasformandola in «storia delle idee, costumi e fatti del genere umano». Oggi esiste una vera e propria ossessione della memoria, una tensione a catalogare le tendenze, a studiare i comportamenti, a stabilire i gusti prevalenti dei popoli che si accorda benissimo con il pensiero del filosofo napoletano. Altro aspetto che merita di essere sottolineato è la funzione di precursore che Vico ha svolto rispetto alla psicologia del profondo del Novecento in particolare anticipando gli archetipi di Jung, ai quali Vico attribuiva il nome di “universali fantastici”.  Molto gli deve un autore amato dai contemporanei come il filosofo James Hillmann, nella cui opera troviamo punti di contatto con l’idea vichiana di una «lingua mentale comune a tutte le nazioni». Vico era apprezzato dal filosofo tradizionalista Julius Evola: molti i punti di contatto tra la sua idea di Tradizione e quella vichiana di Provvidenza vichiana, entrambe valutate come energie capaci di mettere in movimento la storia al di là della pura cronologia dei fatti e oltre la categoria materiale del progresso. Infine, secondo Giovanni Gentile, Vico aveva anticipato l’idealismo restituendo al fatto il criterio di veridicità oltre la pura razionalità cartesiana.