Stato-mafia, non proprio trattativa, ma «parziale intesa»…

Trattativa Stato-mafia, la commissione non chiarisce i dubbi. «Sembra logico parlare, più che di una trattativa sul 41 bis, di una tacita e parziale intesa tra parti in conflitto», ha detto Giuseppe Pisanu, presidente della commissione Antimafia, nelle sue comunicazioni finali sui grandi delitti e le stragi di mafia del ’92-’93. «Noi conosciamo le ragioni e le rivendicazioni che spinsero Cosa nostra a progettare e a eseguire le stragi, ma è logico dubitare che agì e pensò da sola» sottolinea Pisanu. «Di certo – dice – non prese ordini da nessuno, perché ha sempre badato al primato dei suoi interessi e alla autonomia delle sue decisioni. Tuttavia, quando le è convenuto non ha esitato a collaborare con altre entità criminali, economiche, politiche e sociali». Pisanu chiarisce: «I vertici istituzionali e politici del tempo, dal Presidente della Repubblica Scalfaro ai presidenti del Consiglio Amato e Ciampi, hanno sempre affermato in tutte le sedi di non aver mai, in quegli anni, neppure sentito parlare di trattativa. Penso che non possiamo mettere in dubbio la loro parola e la loro fedeltà alla Costituzione e allo Stato di diritto». «Tuttavia – spiega Pisanu – rimane il sospetto che dopo l’uccisione dell’onorevole Lima, uomini politici siciliani, minacciati di morte, si siano attivati per indurre Cosa nostra a desistere dai suoi propositi in cambio di concessioni da parte dello Stato. In particolare l’onorevole Mannino, ministro per il Mezzogiorno nella prima fase della trattativa (lasciò nel giugno del 1992), avrebbe preso contatti a tal fine con il comandante del Ros, generale Subranni. Sull’onorevole Mannino – ricorda Pisanu – pende ora una richiesta di rinvio a giudizio per il reato aggravato di minaccia ad un corpo politico, amministrativo e giudiziario. Analoga richiesta, ma per un periodo diverso, pende sul senatore Marcello Dell’Utri». «Occorre anche ricordare – prosegue Pisanu nelle sue comunicazioni – che Nicola Mancino, ministro dell’Interno dal giugno 1992 all’aprile 1994, è stato indicato, per sentito dire, dal pentito Brusca e da Massimo Ciancimino come il terminale politico della trattativa. Il primo lo indica stranamente associandolo al suo predecessore Rognoni che, peraltro, aveva lasciato il ministero dell’Interno del 1983; il secondo è un mentitore abituale. Audito dalla nostra commissione – sottolinea Pisanu – Mancino è apparso a tratti esitante e persino contraddittorio. La Procura di Palermo ne ha proposto il rinvio a giudizio per falsa testimonianza. Le posizioni degli ex ministri Mannino e Mancino sono ancora tutte da definire in sede giudiziaria». «Allo stato attuale della nostra inchiesta – rimarca il presidente della commissione – non abbiamo elementi per dare risposte plausibili. Quel che possiamo dire è che i Carabinieri e Vito Ciancimino hanno cercato di imbastire una specie di trattativa. Cosa nostra li ha incoraggiati, ma senza abbandonare la linea stragista; lo Stato in quanto tale non ha interloquito e ha risposto energicamente all’offensiva terroristico-criminale». Per il presidente della commissione Antimafia dunque, «ci fu almeno una trattativa tra uomini dello Stato privi di un mandato politico e uomini di Cosa nostra divisi tra loro e quindi privi anche loro di un mandato univoco». «Per quanto risulta dalla nostra inchiesta – aggiunge – le trattative cessarono sul finire del 1993 e le stragi nel gennaio del 1994, con il fallimento dell’attentato allo stadio Olimpico e con l’arresto dei fratelli Graviano, capi dell’ala stragista. A quel punto Cosa nostra aveva perso la partita su entrambi i fronti». Parlando della strage di Capaci e di quella di via D’Amelio, Pisanu sottolinea che «solo negli ultimi anni è stato scoperto il gigantesco depistaggio delle indagini». «Certamente con le stragi del 1992-93 Cosa nostra inflisse allo Stato perdite irreparabili di vite umane e preziose opere d’arte, dimostrò la massima potenza di fuoco ma segnò anche l’inizio del suo declino». Pisanu ha individuato nella rafforzata coscienza sociale e nell’opera dello Stato con confische e arresti, i motivi del ridimensionamento della mafia. Che è ancora forte, però, ha concluso. Per il presidente del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, «oltre che su Mancino, come fa il presidente della commissione Antimafia Pisanu, resto convinto che si debbano puntare i riflettori su Scalfaro e su Conso. Furono loro tra i maggiori responsabili della resa dello Stato alla mafia con l’attenuazione del carcere duro. Sul ruolo di Scalfaro si deve, quindi, fare un approfondimento».