Mantica: «Obama vuole lasciare il segno, rendendo l’America più riflessiva»

Obama secondo round. Un discorso dai toni e dai temi molto diversi da quello dell’insediamento di quattro anni fa, un’agenda molto “inclusiva”, questa volta molto più spostata sui temi tradizionali della sinistra, anche di quella più liberal: uguaglianza, diritti gay, apertura agli immigrati, lotta al cambiamento climatico. Alfredo Mantica, esperto di politica internazionale, già sottosegretario agli Esteri con l’esecutivo Berlusconi, non sembra colpito da questo cambio di passo dell’inquilino della Casa Bianca, anzi.

Mantica, non la stupisce questa discontinuità di un Barack Obama dall’agenda molto più orientata a sinistra rispetto a quattro anni fa?

No, non mi stupisce affatto. Va considerato che Obama è al secondo ed ultimo mandato e se vuole lasciare un segno, sa bene che deve tornare ad insistere sulla sua scala valoriale personale, che fa parte del suo dna politico, oltreché essere cavalli di battaglia storici dei democratici.

Un’agenda molto più “progressista” che nel passato. Troverà difficoltà ad attuarla?

Sì. Penso che qualche problema lo incontrerà. Non dimentichiamo che l’America sostanzialmente si è divisa in due sul voto al presidente. Ma penso che anche tra chi lo ha votato non ci sarà sempre conformità di giudizio sulle sue “aperture”.

Non a caso, forse, ha fatto un forte richiamo all’unità degli americani…

Certo. Parlando di unità Obama sa bene di fare leva su un collante che è una realtà del popolo americano, al di là delle contrapposizioni tra repubblicani e democratici. Anche la festa dell’insediamento per gli americani ha un forte impatto di festa popolare unificante. Ma non dimentichiamo, comunque, che i temi di scontro esistono, dalla sanità ai diritti, alle ricette economiche.

Quali segnali possiamo cogliere noi europei dal suo discorso?

Mi sembra che dalle sue parole emerga l’immagine di un’America più riflessiva e meno interventista sui problemi del mondo. Questo si coglie dalla conferma del ritiro dall’Afghanistan, ma non solo. Circostanza che fornisce grandi spazi a noi europei, ne dovremo approfittare.

In che senso? Siamo alla fine dell’unilateralismo americano?

Non so immaginare un’America non unilateralista… però mi pare che siamo alla fine di un’era di unilateralismo “interventista”, questo sì. La prova recente l’abbiamo dalla situazione in Mali, dove gli americani non sembrano intenzionati a fornire altro, se non un supporto tecnologico e di intelligence. Questo vuol dire che gli Stati Uniti interverranno molto meno, probabilmente, nello scacchiere africano e mediorientale, dove noi europei dovremo fare da soli. Per questo parlo di opportunità da cogliere per l’Europa, tenendo conto del grande bacino di materie prime dell’Africa.

Altri segnali per l’Europa?

Sì. Dovremo evitare che questa sorta di “religione laica” che Obama propone, questo mix di diritti umani, cultura anglosassone ed etica lutern-calvinista, diventi un “modello da esportazione”: l’Europa cioè, dovrà impegnarsi a trovare modelli alternativi e in linea con la sua cultura, agli stili sociali troppo liberal proposti dal discorso del presidente Usa.