L’ultima del Prof: di riformista ce n’è uno, tutti gli altri son nessuno…

Non ha perso l’aria del professorone, di quelli che ti guardano dall’alto in basso e camminano accompagnati da una coda di discepoli pronti al signorsì vecchia maniera. Neppure in campagna elettorale Mario Monti riesce a mostrarsi meno supponente e – senza che gli avversari glielo chiedano – dà gli aut aut per il futuro, comunque vadano i risultati delle politiche: «Dialogo? Sì, con tutti, anche se avessi la maggioranza. Sostegni a governi non riformisti no». Una frase che, letta così, passa inosservata ma che invece, pensandoci un po’ su, fa capire che Monti non è mai sceso dalla cattedra, continua a dare pagelle e ha imparato a bluffare meglio di un giocatore di poker. Primo, perché sottintende che è lui il riformista per eccellenza, quello che decide se gli altri lo siano o meno. Secondo, perché – visto quello che ha detto negli ultimi giorni, attaccando a destra e a manca – fa capire che qualsiasi governo dovesse uscire dalle urne (tranne il suo, naturalmente) non avrebbe le carte in regola perché col torcicollo. C’è però un elemento non secondario che svuota le parole del tecnopremier: i riformisti – da sempre – sono coloro che ripudiano sia la rivoluzione sia la mera conservazione dell’esistente. Monti è l’esatto contrario, è l’uomo dell’immobilismo camuffato, della salvaguardia di poteri consolidati, il punto di riferimento dell’alta finanza che, in un anno, ha cercato di smantellare  lo Stato sociale giocando furbescamente la carta dell’illuminato (o meglio, del moderno illuminista).  Il suo tentativo di dare le pagelle, quindi, è quantomeno azzardato. Perché poi a finire sotto esame potrebbe essere proprio lui. E la pagella sarebbe zeppa di quattro.