La rimonta della tv a scapito del popolo del web

Bentornata tv. È lei la vera protagonista di questa campagna elettorale. Un fattore che ha risuscitato non solo Berlusconi ma anche i talk show, costretti fino a un mese fa a ripiegare sull’audience striminzita consentita dalle discussioni sulla grande recessione. E non è cominciato tutto con il duello tra il Cavaliere e Santoro a Servizio pubblico ma con l’apparizione di Berlusconi da Barbara D’Urso. Quella è stata la svolta. E pensare che fino a poche settimane prima si discuteva di quanto fosse moscia la tv tradizionale rispetto a Sky che aveva saputo sfruttare l’evento delle primarie del centrosinistra con il confronto tra Renzi e Bersani. Sembra preistoria. Oggi sono tutti in affanno a contare le presenze in tv dei leader, a inseguire le oscillazioni delle percentuali elettorali nei sondaggi, a fare proclami, come quello di Roberto Saviano per tenere lontane le folle dal piccolo schermo quando vi appare il grande “imbonitore”. Il telepredicatore antimafia contro il telepredicatore antitasse. Gli altri competitori temono  la piazza televisiva, e non trovano niente di meglio da fare che demonizzarla. Ecco Casini: “In tv vediamo parlare tante Alici nel paese delle meraviglie”. Ecco Bersani: “Tv solo in modica quantità”. E il suo spin doctor Stefano Di Traglia che confessa: “Lui preferisce vederla, la tv, piuttosto che andarci”. E Mario Monti? Non è un combattente da arena televisiva. “Lui – spiega l’ex direttore del Tempo Mario Sechi – è uno che va sul ring con la tazza di tè in mano…”. Appunto. Berlusconi li ha portati tutti a confrontarsi sul terreno che più gli è congeniale. Anche Beppe Grillo, che la tv la schifa, paga un prezzo in termini di consenso per la sua latitanza dai salotti mediatici. Con la conseguenza che il tanto osannato popolo del web, che fu determinante nell’ultima campagna referendaria, arranca dietro le apparizioni televisive di Berlusconi e degli altri leader. La politica è di nuovo tutta racchiusa nel teleschermo. Lì si agitano i temi, cozzano gli slogan, scorrono le parole. Lo spettatore, comunque passivo, può al massimo fare un tweet.