La nuova battaglia di Stalingrado: «Ha da tornà Baffone!»

A distanza di 70 anni è ancora battaglia nell’ex Stalingrado, la città simbolo della vittoria sovietica sulla Germania: questa volta però si combatte contro il suo ultimo nome, Volgograd, per tornare a quello della Seconda Guerra Mondiale. Se non per sempre, come propongono comunisti e nostalgici, almeno per un giorno, il 2 febbraio, quando cadrà l’anniversario, come suggerisce un club di esperti locali. Sullo sfondo una miriade di eventi e iniziative in tutta la Russia che culmineranno venerdì con un ricevimento al Cremlino dei reduci di quella battaglia e il giorno dopo con la visita di Putin nella città eroica: simposi, concerti, parate, cerimonie, libri. E film celebrativi, a partire dal kolossal da 30 milioni di dollari (in gran parte statali) “Stalingrad” del regista Fiodor Bondarciuk, il primo film russo prodotto con tecnologia 3D e in formato Imax, atteso sugli schermi nei prossimi mesi: una storia d’amore sullo sfondo della grande battaglia, durata dal 21 agosto 1942 al 2 febbraio del 1943 e costata ai sovietici più di un milione tra morti e feriti e altrettanto tra le forze dell’Asse, tra cui 40mila italiani morti nella ritirata e 50mila presi prigionieri. Alla battaglia furono dedicati numerosi film, tra cui “Il nemico alle porte” (Enemy at the Gates) , del 2001, diretto da Jean-Jaques Annaud. Non è la prima volta che i comunisti chiedono di restituire a Volgograd il suo nome precedente, assunto negli anni Venti – prima si chiamava Tsaritsin in onore della zarina Caterina la Grande – in omaggio a Stalin dopo che la roccaforte “bianca” fu espugnata dai bolscevichi durante la Guerra Civile. E cambiato solo nel 1961 con la destalinizzazione kruscioviana, quando i crimini e le repressioni del leader sovietico furono denunciati pubblicamente. Ma quest’anno la loro richiesta si inserisce in un clima diverso, in un Paese più “soviet style”, dove Putin ha ripreso saldamente le redini del potere rilanciando i valori del passato, anche quelli dell’Urss, il cui crollo fu a suo avviso «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo». Finora il presidente ha sempre respinto l’idea di riesumare il vecchio nome di Stalingrado, per non cadere in nostalgie ideologiche o nel rischio di riabilitare “Baffone”. Ma il leader del Cremlino è sempre pronto a valorizzare anche in chiave politica l’eredità di orgoglio patriottico legata a quell’epopea vittoriosa. L’unica concessione fatta, ancora nel 2004, fu il ripristino del nome di Stalingrado tra le città eroiche, ai piedi del monumento al milite ignoto sotto il Cremlino, dove il 2 febbraio sarà deposta una corona di fiori. I comunisti locali per adesso sono riusciti a raccogliere circa 100 mila firme, di cui un terzo nella regione. Ma sono decisi a tornare alla carica sabato prossimo, quando Putin arriverà in città per incontrare i reduci (924 quelli della regione di Volgograd), assistere a un concerto con 5.000 persone nel palazzetto locale e deporre dei fiori sulla collinetta di Mamaiev Kurgan, storico campo di battaglia dove ora svetta il gigantesco monumento alla Madre Russia. Per l’anniversario sono attesi oltre mille ospiti d’onore, comprese le delegazioni straniere, tra cui quelle dei Paesi Alleati. Il comitato organizzativo locale voleva invitare anche i veterani tedeschi, ma i reduci russi si sono opposti, ufficialmente per non ridurre il numero degli altri invitati.