La campagna elettorale di Bersani tra tacchini, passerotti, galline e redditometro

Ci risiamo, a sentire sinistra e centristi è tutta colpa di Berlusconi. Le tasse troppo alte? Colpa sua. L’Imu? Colpa sua. Il redditometro? Colpa sua. Monti e Bersani cercano di frenare la rimonta del Cavaliere gettando fumo negli occhi, anche a costo di essere smentiti. Anche perché, come sempre avviene, l’accusa conquista i titoli di prima pagina, la smentita un trafiletto. «Il redditometro non è uno strumento risolutivo per combattere l’evasione fiscale», l’ultimo tentativo propagandistico del candidato premier del centrosinistra. Che, come il Prof, cerca di cambiare le carte in tavola. È vero, infatti, che è stato Tremonti a resuscitare lo strumento, ma è anche vero che il meccanismo che in questi giorni sta buttando nel panico migliaia di famiglie è stato modificato e messo a punto, lo scorso dicembre, dai decreti attuativi del governo tecnico. E adesso Pd e “centrino” vogliono considerarli figli di nessuno.  L’accertamento pensato da Tremonti prendeva a base le sole spese effettive fatte dal contribuente, quello del Professore (caldeggiato dalla sinistra) considera anche  quelle presuntive fondate sulle medie Istat e su analisi e studi economici. Ha detto giustamente Renato Brunetta che in questo modo si è trasformato uno “strumento personalizzato” in uno  “statistico- induttivo”.  E se il contribuente si vuole opporre alla ricostruzione dell’Agenzia delle entrate? Può farlo, ma è lui stesso che ha l’onere di una prova quasi impossibile. I parametri statistici, infatti, sono difficili da smontare.  Tanto “terrore” per nulla, ha fatto notare la Cgia di Mestre.  L’erario, stando ai conteggi fatti, dovrebbe incassare non più di 800 milioni complessivi. Pochi, se si considera che sul versante opposto i danni saranno molto forti, perché il redditometro costituirà un potente disincentivo a spendere: gli italiani viaggeranno di meno, non cambieranno la macchina, si terranno il televisore vecchio, non rinnoveranno i mobili e faranno a meno del vestito nuovo.  Servirebbe maggiore sviluppo, invece si frenano i consumi, si accentua la recessione e si mettono le ali alla disoccupazione. Come risultato, non c’è male. Ma a Bersani va bene una piccola grande bugia. In linea con quanto disse a novembre, durante il confronto sulle primarie: «Meglio un passerotto in mano che un tacchino sul tetto», equivalente tedesco del proverbio «meglio un uovo oggi che una gallina domani». Avanti, dunque, con le frasi a effetto. Tutto fa brodo. Il redditometro, il passerotto, il tacchino, l’uovo e la gallina.