Lo spread cala, ma nella Ue è crisi nera. E rispunta la ricetta marxista…

La tanto osannata austerità, la rigidità sui conti in ordine, il rispetto ossessivo dei parametri europei hanno provocato gravi danni all’economia Ue. Se n’è accorto persino il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker che a dicembre aveva lodato l’opera di “risamento” di Monti e auspicato che Bersani proseguisse nella strada intrapresa dal tecnopremier. Oggi nel corso di un’audizione alla Commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo, Juncker ha invece denunciato che nell’area euro si sta «sottovalutando l’enorme tragedia della disoccupazione». E ha snocciolato i dati: la perdita di lavoro che «ci sta schiacciando supera l’11 per cento e non possiamo permettercelo. Dobbiamo ricordarci che quando è stato fatto l’euro avevamo promesso agli europei che tra i vantaggi della moneta unica ci sarebbe stato un miglioramento degli squilibri sociali». E nel giorno in cui in Italia tutti esultano perché lo spread è sceso ai livelli del 2011, Juncker è costretto a anche citare Marx per sottolineare che la forbice tra ricchi e poveri è sempre più ampia, tant’è che ha invitato il Parlamento europeo a «ritrovare la dimensione sociale dell’unione economica e monetaria, con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti per dirla con Marx perderemmo la credibilità e l’approvazione della classe operaia». Con lui gli eurodeputati hanno discusso «le nuove previsioni di dialogo economico tra Parlamento Ue e singoli stati membri per permettere al Parlamento europeo di aiutare i governi nazionali a rimettersi in regola quando infrangono le normative comunitarie». Juncker, incalzato dalle domande, ha anche smentito le affermazioni di chi dice che ora la crisi è passata, osservando che «i tempi che viviamo sono difficili, non dobbiamo dare all’opinione pubblica l’impressione che il peggio sia alle nostre spalle perché ci sono ancora cose da fare molto difficili». Sul tappeto ci sono diverse questioni e Juncker non ha esitato a definire di “cortissimo respiro” le politiche economiche europee lamentando come nell’ultimo vertice Ue i leader abbiano fatto osservazioni discordanti sulla road map descritta dai quattro presidenti Draghi, Juncker, Van Rompuy e Barroso sul rafforzamento della governance. Infine, guardando alla situazione dei singoli Stati ha sottolineato che «la situazione di Cipro è grave quanto quella della Grecia, il debito non è sostenibile e bisogna trovare al più presto una soluzione». Ma il rigore di Monti e della Merkel non era l’unica strada da seguire?