Django trionfa perché scardina la cultura del piagnisteo

Tarantino, il Woody Allen versione splatter che fa storcere in naso al pubblico colto d’oltreoceano e piace in Europa, trionfa con acclamazioni bipartisan nei cuori della critica di casa nostra e, a giudicare dai dati relativi all’incasso al box office, dopo solo due giorni dall’esordio nelle nostre sale, conquista anche il grande pubblico: il suo Django Unchained, omaggio agli “spaghetti western” e all’archetipo cult di Sergio Corbucci – datato 1966, e magistralmente interpretato da Franco Nero – nelle prime quarantott’ore di programmazione ha incassato quasi un milione e seicentomila euro. Il motivo del successo? La spudoratezza con cui irrora di sangue sintetico e cinismo pulp racconto e personaggi, celebrando il trionfo di un’antimorale che travolge la noia del politically correct, intoccabile dogma che i cinefili integralisti sbandierano come imprescindibile vessillo del cinema d’autore.

Visuale rovesciata, dunque, nel plot dell’autore de Le iene e di Pulp Fiction, che in questa sua ultima, irriverente fatica, tra crudeltà spoglia e citazioni classiche, nel raccontare la storia di uno schiavo (Jamie Foxx), liberato dai suoi padroni grazie all’intervento di King Schultz (Christoph Waltz), un dentista tedesco dai modi gentili e dal linguaggio raffinato, ma che in realtà è un indomito e spietato cacciatore di taglie, rivisita – aggiornandolo alla sua “sgrammatica” spettacolare e al culto dell’antiretorica – il tema del razzismo. Django lo aiuterà a scovare i criminali più ricercati del Sud – il film è ambientato nel 1858, due anni prima della guerra di secessione – e finisce col diventare anche lui un cacciatore di taglie. Nei suoi intenti c’è soprattutto quello di ritrovare e liberare sua moglie Broomhilda (Kerry Washington), finita nelle mani di un malavitoso diventato guardiano di schiavi, il più razzista e sgradevole di tutti: Calvin Candie (Leonardo Di Caprio). Un ritmo vertiginoso sorregge una trama riletta con la lente dell’anticonformismo che libera da ingessature convenzionali e stereotipate plot, stile e protagonisti, che ribalta schemi e paradossi, per cui i buoni diventano antipatici, i cattivi compassionevoli e in cui la democrazia del dialogo cede il passo all’agire spicciolo ed efferato che culmina in un cinismo dissacrante quanto catartico. E allora, «mi piace come muori», dice a un certo punto Django, perché tra la morte e il piacere c’è di mezzo la paura. Così Tarantino ci libera dal feticismo della morale finale: niente autoassoluzioni, piagnistei accusatori, alibi e torti… con buona pace di detrattori indignati e puristi della ragione storica.