Cinque anni fa moriva Fischer, icona della Guerra Fredda

Cinque anni fa moriva a Reykjavik un personaggio che cambiò per sempre la storia degli scacchi: Bobby Fischer, primo americano ad aver mai vinto il campionato mondiale. A chi piace la numerologia, diremo che morì a 64 anni, come 64 sono le caselle di una scacchiera. Il suo nome sarà sempre indissolubilmente legato a quello del suo sfortunato avversario russo Boris Spasskij, valentissimo scacchista cui capitò la congiuntura sfavorevole di incontrare sulla sua strada un genio come quell’americano. Quello degli scacchi è sempre stato, e lo è tutt’ora, un mondo dominato dall’Europa orientale e in particolare dai russi: Petrosian, Karpov, Kasparov, questi i nomi che vengono in mente all’uomo della strada relativamente agli scacchi. E tutti, benché il primo fosse armeno, sovietici. Fischer ebbe il merito di spettacolarizzare il gioco, fino a quel momento fuori dalle luci della ribalta, di farlo conoscere, di spingere tante persone a impararlo, e soprattutto di aver portato significative e geniali innovazioni nella tecnica del gioco stesso. Ma l’idea che si formò nell’immaginario collettivo in quel 1972, quando Fischer divenne noto al pubblico mondiale, era legata alla contrapposizione del blocco americano a quello sovietico, non dimentichiamo che si era in piena guerra fredda, dove Fischer era visto come un paladino della libertà che si contrapponeva al grigio Spasskji, pedina della nomenklatura del Cremlino che lo utilizzava per il prestigio dell’Urss. E l’idea che un americano battesse i sovietici proprio nel loro campo, mandò in visibilio milioni e milioni di occidentali. E così fu vissuto anche oltrecortina, dove Spasskji cadde in disgrazia additato quasi al pubblico ludibrio per aver ceduto all’odiato nemico capitalista. Ma Fischer fu una meteora, e per di più incontrollabile, una specie di mina vagante che causò in seguito agli Stati Uniti danni di immagine considerevoli, che poi però si ritorsero contro lo stesso campione. La cosa andò così: dopo aver vinto in Islanda il campionato del mondo, Fischer si ritirò, rifiutandosi anche di difendere il titolo nel 1975 contro Karpov, che vinse dunque per abbandono. Dice la leggenda che anche nel 1972, per i suoi capricci, Fischer stesse per ritornare negli Stati Uniti e non giocare, quando una telefonata dell’allora potentissimo Henry Kissinger lo convinse a giocare per l’onore degli States. Tornato nell’ombra, Fischer, che era un misantropo, problematico, misogino, antisociale, depresso, si fece vivo nel 1992 per organizzare la rivincita del secolo con Spasskji. Si aggiudicò anche questa, ma non è la notizia più importante. L’incontro si tenne a Santo Stefano, in Montenegro, allora Jugoslavia, il cui presidente, Slobodan Milosevic, non era al centro delle simpatie degli Usa. Fischer fu diffidato dal giocare in un Paese nemico del suo sottoposto a sanzioni, ma con gesto plateale lui sputò sul documento del Dipartimento di Stato che gli vietava di giocare. Fu denunciato e da allora non mise più piede negli Stati Uniti. Scomparve di nuovo. Sembra che abbia vissuto a Budapest, poi in Giappone dove fu arrestato su mandato americano per il passaporto irregolare. Incarcerato, fu liberato solo quando l’Islanda gli concesse la cittadinanza. Si trasferì a Reykjiavik dove cinque anni fa morì. In quell’occasione Spasskji scrisse una bellissima lettera alle autorità americane in difesa del suo rivale. Le ultime foto ce lo mostrano più eccentrico che mai: barba lunga e bianca, fisico macilento, aspetto generale da clochard. Ma, come ammise anche Spasskji, aveva per gli scacchi un talento naturale, ed è stato il più grande di tutti.