Berlusconi: Alfano è il nostro candidato premier, Monti mai al Colle

Silvio Berlusconi a Radio Anch’io ribadisce i punti salienti della campagna elettorale ma inserendo, come sta facendo ogni giorno seguendo una collaudata strategia comunicativa, un elemento di novità. Prima nega di avere candidato Mario Draghi al Colle (“Io ho una candidatura in pectore ma resta lì altrimenti si brucia”), poi esclude che Monti sia adatto per quell’alta carica (“Non ha alcuna possibilità, è diverso, ci siamo cascati tutti”)  poi parla del ruolo di Angelino Alfano. “Il nostro candidato premier è lui – dice Berlusconi – mentre io potrei fare il ministro dell’Economia”. E aggiunge di averlo già detto più volte. La precisazione giunge in concomitanza con l’articolo odierno di “Libero” in cui si chiede appunto ad Alfano di farsi vedere un po’ di più in questa campagna elettorale, soprattutto se l’investitura di candidato premier tocca a lui. Attacca ancora Monti sul tema delle tasse “ripudiate” dal Prof: “Prima Monti ha messo l’Imu e ora dice di volerla togliere, poi ha fatto il redditometro e ora dice di non volerlo. O pensa che gli italiani siano matti o c’é in giro un matto che pensa di essere Monti”.

Berlusconi sa che la partita si gioca soprattutto al Senato e lì, assicura, “penso che vinceremo ampiamente”. Alla domanda sulla Fiat risponde che il prossimo governo dovrà vigilare sull’impegno preso da Marchionne di mantenere la presenza dell’azienda in Italia. Inoltre dice di non ritenere  possibile una grande coalizione. “L’accordo tra noi e il Pd può avvenire solo per cambiare l’architettura dello Stato” mentre un governo non è un’ipotesi plausibile perché le “basi sono antitetiche”. Quindi parla del rapporto con i magistrati, dopo il saluto alla Mourinho che si è scambiato ieri con l’ex pm Ingroia: “Ultimamente parte della magistratura mi vuole colpire non solo nell’immagine ma anche nel portafoglio” e ricorda che i suoi guai giudiziari “derivano da un uso della giustizia a fini politici”, volta a “eliminare gli avversari politici. È un’anomalia, anzi – conclude – una patologia della democrazia”.