Algeria, è strage di ostaggi. Margherita Boniver: «In Africa un nuovo Afghanistan»

Si è concluso come peggio non poteva la vicenda degli ostaggi sequestrati da un gruppo qaedista in un campo petrolifero in Algeria, presso il confine con la Libia. 35 ostaggi stranieri e 15 terroristi – fra cui il loro leader – sono stati uccisi dal furioso blitz delle forze di sicurezza algerine. A quanto pare, elicotteri da guerra avrebbero aperto il fuoco su un pullman della società petrolifera dove i miliziani stavano trasportando alcuni degli ostaggi. Algeri aveva fatto sapere che non avrebbe trattato, e non l’ha fatto. Alcune fonti sostengono che i morti siano sei, altri 30, mentre le agenzie locali dicono che vi sono ostaggi ancora vivi tra cui cittadini britannici, giapponesi e norvegesi. Abbiamo chiesto a Margherita Boniver, deputata del Pdl, componente la commissione Esteri della Camera nonché inviata speciale per le emergenze umanitarie, di fornirci una chiave di lettura della vicenda.

Onorevole Boniver, che è successo in quel campo petrolifero?

È molto difficile capire così a caldo cosa sia successo esattamente, ma come spesso succede in questi casi, il blitz ha causato la morte oltre che dei sequestratori anche quella dei sequestrati…

Come mai questa reazione durissima da parte di Algeri, secondo lei?

La reazione durissima e immediata del governo algerino sta a testimoniare evidentemente quanto sia grave la situazione non solo in Algeria ma in tutta la zona, che è una zona vastissima, ormai infiltrata pesantemente da gruppi armati che a volte si ammantano di religione e ideologia, ma che altre volte si occupano semplicemente di traffico di droga, armi, esseri umani.

Come in Somalia?

Esattamente, ma con l’aggravante che mentre fino a qualche anno fa l’emergenza era rappresentata solo dalla Somalia, oggi abbiamo, sull’esempio dell’Afghanistan dei talebani, un “sahelistan”, ossia quattro-cinque nazioni praticamente fuori controllo istituzionale, a cominciare proprio dal Mali, in cui l’infiltrazione qaedista o come la vogliamo chiamare dei gruppi armati ha reso l’ex colonia francese una “no man’s land”.

A questo proposito la Francia si sta disimpegnando dall’Afghanistan…

Sì, ebbero delle gravissime perdite, e poi si è capito che in Afghanistan più di quello che si è fatto non si può fare. È nel Maghreb che la situazione sta peggiorando di settimana in settimana. Occorre un intervento deciso dell’Europa, e mi pare che abbia iniziato a farlo, con il sostegno di tutte le potenze occidentali, sull’esempio di quanto fu fatto proprio per l’Afghanistan. Prima c’erano gli americani a fare da leader, ora i francesi, comunque la sostanza è quella.

Quanto è grave la situazione in Africa?

Parecchio. Perché questa infezione si sta diffondendo con la rapidità del fuoco, dalla Somalia alla Libia, al Mali, alla Mauritania, al Ciad, al Niger, all’Algeria. E a proposito dei libici, dopo la normalizzazione molti tuareg che erano con Gheddafi o molti mercenari di altri Paesi confinanti se ne tornarono armati a casa loro, in situazioni di estrema povertà. È lì che sono stati ingaggiati dalle bande armate che puntano al controllo di tutto il Sahel. Per farlo diventare Sahelistan.