Tranquillo e agitato. Proprio come il mare

Lui è riuscito ad arrivare «dove comincia il mare» (vedi “Guido Piano”) perché in un modo o nell’altro le sue canzoni sono sempre state un viaggio. Fabio Concato, poeta dello scorrere, che si intenda il mare o il tempo, è tornato in tour per l’Italia con “Tutto qua”, dal nome del suo ultimo album di inediti, arrivato undici anni dopo il precedente.

Album semplice ma raffinato, con la presenza di un sentimento costante: la malinconia.

Ce l’ho nel Dna un po’ come la saudade. In realtà mi volto indietro per andare avanti. Come se riuscissi a prendere un po’ di aria e conservarla per il futuro. Non è una nostalgia sterile che non porta a nulla, e che porta sofferenza, anzi può essere una cosa molto positiva se uno riesce a trasformare le cose naturalmente. L’importante è che rimanga sotto controllo.

Le sue canzoni portano alla serenità anche quando sembra non essercene.

Questo è il mio “sforzo”, è la cosa che mi piace di più, anzi mi viene molto naturale. Me l’hanno insegnata quando ero piccolo, anche se questi sono periodi in cui faccio un po’ più di fatica, come tutti voi, ad avere fiducia o intravedere un po’ di luce in fondo a questo tunnel.

Quanto oggi è importante una canzone come “Tutto qua”?

Occorre che ricominciamo a considerare i bisogni autentici. Bisogni che non sono soltanto cambiare il telefonino ogni sei mesi o la macchina nuova. C’è stato un periodo, negli anni Ottanta, nel quale si pensava solo all’effimero. E credo che stiamo pagando quegli accessi ancora adesso. Oggi ci sono un’altra serie di urgenze. Mi rendo conto che lo spread sia una cosa importante, con cui dobbiamo fare i conti, che ci piaccia o no, perché siamo sotto questa sorta di dittatura finanziaria. Siamo ostaggio del Pil, dello spread, delle agenzie di rating, ma direi che i bisogni nostri sono anche altri. Di aiutare gli altri, aiutare i malati in ospedale, un emarginato, aiutare uno che ha perso il posto di lavoro, aiutare chi ha saltato due rate di mutuo nonostante lo paghi da dieci anni. L’italiano oggi ha bisogno di essere sostenuto, di essere considerato. Invece continuiamo a far finta di essere sani come diceva Gaber e sani non lo siamo affatto. E quindi “Tutto qua” è un invito a mettersi nei panni dell’altro, ad allontanarsi da questo egoismo.

Come popolo siamo diventati indifferenti?

Sotto certi aspetti mi sembra di sì. Eppure in questi ultimi anni, proprio perché non c’è più il benessere, la gente dovrebbe chiedersi di più, porsi più domande. L’unica cosa positiva in questa ondata nera è forse che si riflette di più, non si può andare avanti tutta la vita a fare delle cose che ci sono state imposte dai media, dalla tv le pubblicità, non si può sempre far finta di stare bene, dire che non ci manca niente perché poi ne paghiamo le conseguenze. Io, quando sento parlare di agenzia di rating o una A più o A meno, dico: parliamo anche di altro, anche se so che bisogna farci i conti.

L’adolescenza di Fabio Concato e i bambini.

Intanto penso subito che cresceranno, saranno la futura classe dirigente e per una sorta di egoismo sarebbe opportuno trattarli un po’ meglio. Che non vuol dire viziarli, dirgli sempre di sì, perché è più comodo comprargli tutto quello che vogliono, schiaffarli davanti alla tv per otto ore al giorno. Io so che a volte è impossibile non farlo. Io non sono stato un padre eccellente, me ne rendo conto, sono stato un padre normale, con i miei difetti, le mie paure, le mie manchevolezze e nevrosi, per carità, però credo che tirare su un figlio sia una cosa difficilissima.

Come vede oggi il rapporto tra genitori e figli?

Ci vorrebbe un po’ più di autorevolezza, che è molto diversa dall’autorità, quella andrebbe riconsiderata, così come andrebbero riconsiderate le scuole, il ruolo dei docenti che sono spesso come dire maltrattati, che sono spesso, nonostante già lo siano di loro, affaticati, perché non è un mestiere semplice, ma sono anche maltrattati dal punto di vista umano da parte dei genitori che si arrabbiano con loro se un bambino porta a casa un’insufficienza. Mi raccontava un mio amico professore che insegna alle medie che l’atteggiamento è cambiato. Se a casa portavo un ceffone del mio maestro, a casa ne beccavo altri. Perché il ruolo era quello. Non mi dicevano: «Come si è permesso di darti cinque?». Gli davano ragione perché il ruolo del maestro era rispettato. «Hai preso cinque? Abituati anche alla frustrazione di un cinque». Invece si contrabbanda alle nuove generazioni un mondo perfetto nel quale ostacoli e difficoltà vanno evitati.

Un milanese che ha come punto fermo il mare, come mai?

Forse perché sono milanese, lego al mare i miei ricordi migliori, più teneri e innocenti. Forse è una questione caratteriale. Sono tranquillo adesso e poi magari tra cinque minuti agitato. Proprio come il mare.