Quelle pagine strappate dai libri di storia

“Pagine strappate-le verità nascoste nei testi di storia”, di Adalberto Baldoni, Borghese edizioni, è una finestra aperta sulla storia patria artatamente obliata del secondo ‘900. Prendiamo l’8 settembre 1943 e i tragici fatti che ne seguirono: gravi lacerazioni che col tempo, anziché rimarginarsi, hanno paradossalmente finito con l’incancrenirsi, assumendo i foschi tratti di una guerra civile strisciante. Un conflitto che subdolamente, tra alti e bassi, ha continuato a divampare sino ai giorni nostri. Il fatto è che i “pretoriani del 25 aprile” a lungo andare si sono caparbiamente irrigiditi nella sclerotica e arrogante difesa di una “verità” che, a sentir loro, non deve essere sfiorata neppure dal più piccolo neo. In breve, tutto ciò che secondo le vecchie cariatidi resistenzialiste possa soltanto mutare di una virgola o peggio, mettere in dubbio i fasti delle gloriose giornate della primavera 1945 viene sbrigativamente e immancabilmente liquidato come becero revisionismo e seppellito sotto valanghe d’improperi. Il secondo capitolo del libro è un’analisi puntuale del dramma giuliano-dalmata. Quello delle foibe, le profonde voragini carsiche stipate di migliaia di cadaveri accumulati dalla ferocia titina, è un episodio rimasto a lungo pressoché sconosciuto al grande pubblico. A tutt’oggi moltissimi italiani non hanno mai appreso del martirio di Norma Cossetto e delle tre sorelle Radecchi, innocenti ragazze che, dopo innominabili torture subite ad opera dei partigiani jugoslavi, vennero sbrigativamente infoibate. Un destino simile a quello toccato ad altre decine di migliaia di nostri connazionali. La loro colpa era solo quella di essere italiani, fatto che automaticamente li marchiò di fascismo e li condannò all’annientamento. Tutto questo avveniva col complice silenzio del Partito comunista e l’assenso di Palmiro Togliatti, cinico alleato dei massacratori, che intendevano ripulire quei territori da ogni residuo d’italianità per annetterselo. Nel terzo capitolo l’autore affronta i terribili “anni di piombo” e gli effetti della perversa epidemia d’“antifascismo militante” che Baldoni stesso ha vissuto – e subìto – in prima persona durante la lunga carriera giornalistica al “Secolo d’Italia”. Passioni non ancora sopite. Infatti nel libro troviamo il divieto opposto di recente, a suon di minacce, a Gianni Alemanno di presenziare alla commemorazione di Walter Rossi. Oppure l’incomprensibile diniego di Bertinotti alla dedica a Paolo Di Nella delle aiuole di piazza Vescovio. Oppure ancora il veto del rifondarolo Pisapia alla proiezione di un documentario dedicato al ricordo di Sergio Ramelli. E mentre a Destra sul finire degli anni 80 si dava il via ai “campi Hobbit”, progettando un futuro senza più steccati, “Soccorso Rosso” riusciva ad erigere un fuoco di sbarramento a tutela di assassini del calibro di Achille Lollo & C, autori della strage di Primavalle. Avanzi di galera che, fatti espatriare alla chetichella, oggi “si sono rifatti una vita” – ma non certo una nuova coscienza – all’estero e a volte, invitati dai soliti salotti radical-chic, rilasciano persino impudenti dichiarazioni alle nostre emittenti radiotelevisive. L’ultima parte del libro è dedicata a Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, i due missini padovani uccisi a tradimento durante un vile agguato brigatista all’interno della loro sezione nel lontano 1974. Ebbene, già allora la vulgata rossa sostenne dapprima la tesi della “faida interna” al Msi, per poi, a colpevolezza ormai evidente, minimizzare se non addirittura “scusare” i compagni delle Brigate Rosse che avevano “sbagliato”, sì, ma per troppo zelo… In conclusione l’autore invita i lettori a una profonda meditazione. Se davvero ci si vuole inoltrare sulla via di un percorso di pacificazione nazionale, bisogna che tutti riconoscano i propri sbagli. Perché se errare è umano, perseverare è diabolico. E pure cretino.