Primarie, inizia la corsa alle poltrone di governo

Nel day after delle primarie, che hanno incoronato Pier Luigi Bersani candidato premier del centrosinistra e relegato Matteo Renzi al ruolo di sindaco di Firenze, per il Pd nascono nuove difficoltà interne ed esterne al partito. Prima fra tutte quella di gestire i voti di Renzi, ma anche quella di frenare le spinte in avanti di Vendola. Le future scelte di Bersani sono condizionate innanzitutto da quel 39,4 % di voti ottenuti dal giovane sindaco. Una percentuale alta che sicuramente non può essere archiviata come se nulla fosse. A mettere i paletti è stato lo stesso Renzi che, pur ammettendo a caldo di aver perso, ha anche detto chiaramente ai suoi sostenitori che ci sono «tutte le ragioni per rallegrarsi, avevamo il 2% dei parlamentari, abbiamo preso molto di più…». Posizione confermata anche ieri. Al di là della sconfitta alle primarie, ha detto, «il risultato politico c’è comunque, sia che avessi perso 55 a 45, 66 a 34 o 59 a 41». Il punto adesso è proprio quello: stabilire quanto valgono in termini di poltrone i voti di Renzi. E infatti ieri, a poche ore dalla conclusione del ballottaggio delle primarie, si è cominciato a discutere dietro le quinte e a trattare su quella che dovrà essere la futura squadra. Renzi ha annunciato che non chiuderà i comitati e si è mostrato aperto a collaborare col vincitore: «Noi daremo una mano e per quello che mi riguarda darò una mano da militante del Pd e da sindaco di Firenze». E si mostrato anche disponibile sul tema alleanze che lo ha diviso da Bersani. «Avessimo vinto noi, non avremmo fatto l’accordo con Casini, ma se Bersani vorrà fare un accordo con Casini, io sarò leale con gli schieramenti che farà il segretario che ha vinto». Numeri alla mano molti si rendono conto di non poter fare a meno di Renzi. In primis lo stesso neocandidato premier: «Renzi è stato protagonista di questa bella avventura. Ci ha messo energia e freschezza. È un risorsa, come lo siamo tutti, in questo grande squadrone». Posizione confermata anche dal vicepresidente del Pd Enrico Letta che riconosce l’importante ruolo giocato dall’avversario Renzi: «Bisogna assolutamente non disperdere questo milione di persone che hanno partecipato alle primarie, e che magari non avevano mai partecipato alle nostre cose». Ma a sottolineare l’importanza del risultato di Renzi è Roberto Reggi coordinatore delle primarie del sindaco: «Siamo riusciti a coinvolgere più di un milione di persone e non sono uno scherzo. Avevamo il 2 per cento dei segretari provinciali e regionali del Pd e il 2 per cento dei parlamentari del Pd e siamo riusciti a coinvolgere 40 per cento dei voti. Evidentemente l’apparato qualche problema di collegamento con il territorio ce l’ha». Quale sarà la forma di collaborazione tra i due big ancora non si sa. Certamente come era stato anticipato da Bersani negli ultimi giorni prima del ballottaggio non ci sarà il ticket con Renzi. E Lino Paganelli, delegato del sindaco non si scompone: «Renzi dice quello che pensa e fa quello che dice. E lui fa il sindaco di Firenze. Sono sereno, non penso che ci saranno prigionieri: non conviene a nessuno fare la battaglia interna per cancellare gli sconfitti perché questa pluralità è una ricchezza». Ma nel partito al di là dei numeri di Renzi c’è un gran fermento. Massimo D’Alema ufficialmente si tira fuori e afferma di non ricandidarsi. Già da qualche settimana è infatti stata ventilata l’ipotesi che possa andare a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri. Un incarico che avrebbe anche l’ok di Vendola. Rosi Bindi, dal canto suo, rimette nelle mani del partito la decisione se candidarla o meno. Ma rumors dicono che anche lei aspirerebbe a un ruolo. Bersani però frena: «Quando parlo di governo del cambiamento intendo un cambiamento di contenuti e di programmi, delle cose da fare, ma anche di una nuova generazione in campo, fatto di nuove persone». E Letta rafforza le parole di Bersani: «Dalla gestione di questa vittoria dipende la prossima. Metto le mani avanti: oggi nessuno inizi a fare liste di ministri o di proscrizione».
Un altolà anche a quanti sono tentati, dopo la riuscita delle primarie, a dare per scontata la vittoria alle elezioni e a quanti avrebbero voglia di far sparire Renzi dai radar per evitare che presenti il conto del suo consenso quando si faranno le liste elettorali.
Il candidato premier del centrosinistra deve cercare di contenere anche Nichi Vendola e tra i due scoppiano subito le prime scintille. Per quel che riguarda l’alleanza di governo tra Pd e Sel avverrà nel segno «del civismo» non sarà un esecutivo «da manuale Cencelli». Assicura che sarà «un governo aperto con la testa». Nichi Vendola dal canto suo sostiene che «il voto delle primarie per Bersani ha dato un segno marcatamente di sinistra. La Carta degli intenti archivia il governo Monti e le primarie sono state la sepoltura del Monti bis». Bersani però intervenendo a Porta a Porta chiarisce: «Vendola non è affatto ininfluente ma il patto che abbiamo fatto comprende sui punti essenziali la cessione di sovranità, cioè il fatto che si decida a gruppi congiunti». Problemi con l’Europa visto che Vendola chiede discontinuità con Monti?
«Io – risponde Bersani – ho governato con Ciampi, Padoa-Schioppa, Prodi, Visco. Come si fa a non sapere che siamo stati noi a portare l’Italia nell’euro? E adesso dobbiamo essere noi a portarla fuori? Si guardi il resto del paesaggio politico italiano e si rifletta se non sia il caso di cercarci a noi per mettere in sicurezza il Paese». «Monti all’economia, Vendola al Lavoro. Divertente, no?», lo punzecchia Vespa. «Lei è una persona spiritosa…», replica Bersani.