Pd, le “parlamentarie” nascono male

La tentazione delle primarie ha prodotto il bis, dopo quelle per la leadership del centrosinistra. Archiviata la sfida per il candidato premier tra il segretario Bersani e il sindaco di Firenze Matteo Renzi, i democratici annunciano ora l’intenzione di convocare la consultazione anche per selezionare gli aspiranti deputati e senatori. Dunque primarie “aperte” entro fine anno per scegliere i parlamentari: la decisione è stata presa nell’incontro tra il segretario Pier Luigi Bersani e i segretari regionali e annunciata dal vicesegretario Enrico Letta. «Se le elezioni – ha argomentato il numero due dei democratici – si svolgeranno il 17 febbraio, faremo le primarie il 29-30 dicembre… Vogliamo continuare – ha concluso Letta – a giocare all’attacco, perché le elezioni si vincono così».
In apparenza, insomma, il ricorso allo strumento popolare delle primarie sembra adottato per poter aggirare l’ostacolo non rimosso dal campo elettorale del Porcellum; nei fatti, però, più che all’attacco il Pd sembra giocare in difesa e – per rimanere nella metafora sportiva – segnare anche diversi autogol. A giudicare gli esiti dell’incontro tenuto ieri a Roma fra Bersani e la dirigenza del partito, da cui è partorita la decisione della nuova consultazione elettorale – il via libero definitivo a regole e principi generali saranno indicati nel corso della direzione nazionale convocata per lunedì 17 – emerge infatti una profonda mancanza d’intesa, o almeno di chiarezza, su votanti e candidati: segnando una linea grigia che alimenta le contraddizioni che rischiano di mettere in discussione le modalità e di compromettere le finalità delle primarie per la scelta dei parlamentari.
Al di là di regole e principi da definire, insomma, il sistema farraginoso delineato al momento lascia profilare all’orizzonte la ricetta di un pasticcio all’italiana in salsa elettorale, che punta al compromesso tra istanze plebiscitarie di facciata e necessità “democratiche” intestine, mirate a non minare i già precari equilibri interni.
La via d’uscita potrebbe essere rappresentata allora da una mediazione in grado miscelare una quota di “nominati” all’interno di liste formate da candidati promossi al banco di prova delle primarie. Sulla questione il deputato renziano Salvatore Vassallo ha lanciato una petizione on-line per chiedere che si vada a votare per la selezione dei candidati parlamentari il 13 gennaio: istanza per cui si sarebbero già raccolte più di duemila firme.
Insomma, il tema di partenza è voler «dimostrare cos’è davvero la democrazia», annunciano in una nota dalla sede del Pd, alludendo indirettamente alla performance illiberale delle parlamentarie grilline, ma lo svolgimento sembra divagare dalla traccia assegnata.
Nel merito dunque – e in attesa delle decisioni che scaturiranno dalle prossime riunioni – l’unica cosa certa al momento è che a scegliere i candidati del Pd per il Parlamento saranno gli iscritti e i partecipanti alle primarie del 25 novembre che si dichiarano elettori democratici. La seconda è che saranno gli organismi provinciali del partito a selezionare le candidature. A tutto il resto, lavoreranno nei prossimi giorni i segretari regionali: spetta a loro, da Statuto, stilare un regolamento che verrà discusso lunedì.
Da qui alla prossima settimana, quindi, saranno molte le questioni a cui si dovranno dare risposte. Questioni che sono già state sollevate durante la riunione di ieri mattina con Bersani, i segretari regionali, Enrico Letta, Rosy Bindi e i capigruppo Anna Finocchiaro e Dario Franceschini. Intanto, chi si può candidare? Esponenti del Pd, è l’orientamento. Anche se potrebbero esserci delle incompatibilità: chi sta svolgendo un mandato, ad esempio un consigliere regionale, può candidarsi o si deve dimettere per farlo? E se ci fossero anche personalità della società civile? In quest’ultimo caso la decisione potrebbe essere lasciata agli organismi provinciali che dovranno selezionare le candidature.
Ed ancora, si dovranno raccogliere firme per candidarsi? Probabilmente sì. E, se sarà così, la soglia non potrà essere troppo alta. Il tempo materiale per raccoglierle sarà infatti pochissimo, se si voterà il 29 e 30 dicembre. Liste bloccate o preferenze? E quante preferenze? Sembra che il meccanismo sarà quelle delle preferenze e si stanno vagliando diverse ipotesi per garantire la parità di genere. Doppia preferenza: un uomo e una donna. Oppure “doppia lista”: ovvero viene candidato il primo degli uomini e la prima delle donne, il secondo e la seconda e così via incrociando, insomma, i risultati.
Altro nodo da sciogliere, quello delle deroghe per chi ha superato il limite dei mandati e quella della “riserva” nazionale: quanti saranno e con quali criteri saranno indicati i candidati che non dovranno sottoporsi alle primarie? Sulla questione deroghe, da una prima discussione fatta ieri, sono emerse alcune ipotesi. Tra tutte, quella che non sia la direzione a stabilire le deroghe, ma i cittadini attraverso le primarie: esempio, Rosy Bindi potrebbe sottoporsi alla consultazione e se avrà i voti, sarà candidata in Parlamento.
Ma la questione è tutta da verificare, e al momento la diretta interessata, si è trincerata dietro un no comment; mentre Anna Finocchiaro, anche lei oltre il limite di mandato, ha ribadito che non chiederà deroghe. Linea integralista, a riguardo, quella annunciata infine da Matteo Orfini e Stefano Fassina, che hanno proposto che nessun parlamentare uscente, né alcun dirigente, abbia posto nella “riserva”: il diktat è: primarie per tutti.