Non prendiamoci in giro con una nuova favoletta sullo spread

Lo spread, il malefico spread, è sceso a quota 296 e tutti, dalle agenzie di stampa ai quotidiani on line, hanno parlato immediatamente di «soglia Monti». Già, perché ora è necessario dire che è tutto merito del Professore, lo impone la logica del politicamente corretto, specie alla vigilia della campagna elettorale. E dobbiamo anche essere grati all’informazione “libera” per aver usato il termine «soglia» e non il termine «miracolo», un po’ di sobrietà in questi giorni non guasta. C’è però un piccolo particolare che sfugge: quando Berlusconi annunciò – e non parliamo certo di un secolo fa – la sua (ri)discesa in campo, immediatamente tutti gridarono al pericolo planetario e come prova si aggrapparono proprio allo spread, che salì di qualche punto. Nulla di particolare, una piccola oscillazione al rialzo dovuta ad altri fattori, ma che servì come arma preventiva per “fucilare” il Cavaliere. Il tutto durò poco meno di ventiquattr’ore, ma servì per dare in pasto all’opinione pubblica la tesi che Berlusconi equivaleva al crollo economico e alla disfatta delle Borse. Sin dal giorno dopo, lo spread è tornato basso nonostante Berlusconi sia rimasto in campo e sia presente in tv. L’inganno dello spread è quindi evidente. «Un imbroglio», continua a definirlo il Cavaliere, ricordando cosa accadde nel novembre dell’anno scorso, a partire dalla decisione delle banche tedesche di mettere in vendita 8 miliardi di titoli di debito pubblico italiano e una speculazione successiva evidentissima. Ecco, è su questo che dovrebbero rispondere i laudatores, di sinistra e di centro, invece di parlare di «miracoli» e «soglie».