Nella Sanità siamo tra i più virtuosi della Ue

Da un lato i servizi di Striscia la notizia, tra reparti fatiscenti, sporcizia imperante, folla di ricoverati abbandonati sulle lettighe, nei corridoi. Dall’altra i dati ufficiali che evidenziano, in Italia, una situazione della sanità tra le migliori d’Europa, se non del mondo. Con un servizio più che accettabile ed un costo per nulla eccessivo. In questo contesto le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Mario Monti, sulla necessità di cambiar le regole del gioco nella sanità pubblica lasciano perlomeno perplessi.
Anche perché, dopo le proteste generali verso quello che pareva un tentativo di privatizzare il sistema sanitario nazionale, Monti ha ingranato la retromarcia e ha fatto capire che – guarda la novità – basterebbe aumentare le tasse. Ma tra sprechi ed eccellenze assolute, sarebbe il caso di fare un po’ di chiarezza. Quanto costa, innanzi tutto, la sanità italiana? Circa 113 miliardi di euro (dato ufficiale 2011), pari al 7,1% del Pil italiano. In crescita, tra il 2010 ed il 2011, dell’1,4%. Ma senza una diversa contabilizzazione, la crescita del costo sarebbe stata solo dello 0,1%. Il disavanzo del servizio sanitario è sceso a 1,779 milardi, con una flessione del 19,3%.
Tra l’altro anche a livello di confronto europeo, l’Italia è tra i Paesi virtuosi. Nel primo decennio di questo secolo la spesa sanitaria media europea è cresciuta del 51%, ma il dato è abbassato dalla Germania che ha visto un aumento della spesa limitato al 26%. Togliendo i tedeschi, la spesa media europea cresce del 64% e quella italiana del 50%. Dunque un Paese che risparmia. È vero che la Francia ha contenuto l’incremento al 40%, ma gli altri han fatto decisamente peggio. E non va dimenticato che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, solo la Francia ci precede come qualità delle prestazioni.
Ciò non toglie che ci siano ampi margini di miglioramento e di risparmio. Ospedali dove i primari sono più numerosi dei posti letto, non ce li possiamo più permettere. E siringhe che in alcune regioni costano 10 volte in più rispetto ad altri territori, sono uno scandalo. Ma i prezzi sono diversissimi per qualsiasi acquisto sanitario: dai macchinari più complessi e costosi, sino alle garze, ai lacci emostatici, alle protesi. La regionalizzazione del servizio, e della spesa, ha portato a situazioni insostenibili, con clientelismo diffuso, inefficienze a macchia di leopardo, turismo ospedaliero – generalmente dal Sud verso il Nord – che ha costi assolutamente evitabili.
Forse l’esempio più emblematico è rappresentato dalla Lombardia. Che ha, probabilmente, il miglior livello di servizio sanitario, con i costi più bassi. Eppure, secondo le indagini giudiziarie, anche la Lombardia avrebbe permesso ampi margini illegali ad alcuni operatori del settore. Dunque si possono comprimere ulteriormente i costi, eliminando questa quota di malaffare. E se la virtuosa Lombardia è in questa situazione, è facile intuire i margini di recupero in quelle regioni dove la sanità costa ed il servizio è pessimo.
Basti pensare agli ospedali iniziati e mai finiti, al personale assenteista, alle non troppo oscure ragioni che spingono ad acquisti inutili ed a prezzi fuori mercato. Su tutto questo si può, e si deve, intervenire. Ma non si possono, e non si devono, tagliare i servizi. D’altronde, anche senza interventi virtuosi, la Ragioneria dello Stato ha ipotizzato che la spesa sanitaria pubblica sarebbe destinata a passare – in uno scenario demografico senza cambiamenti nel rapporto tra fasce di età – dall’incidenza sul Pil del 7,3% del 2010 (e 7,1% l’anno scorso) al 6,9% del 2015, al 7% nel 2020 per salire all’8,4% nel 2055. Ma nel resto d’Europa la crescita sarebbe superiore.
Ciò che, invece, non viene considerato è l’effetto perverso sulla salute degli italiani, e dunque sulla spesa sanitaria, dell’aumento della malnutrizione provocata dall’impoverimento delle famiglie. In numerose scuole si segnalano studenti sottonutriti o, comunque, nutriti male, con prodotti di bassa qualità e di basso costo. Si sta rinunciando alla prevenzione e questo provocherà un maggior ricorso al servizio sanitario. Ma questo, al premier, pare non interessare.