Monti non nega più: è quasi pronto per il salva-Casini

Da New York a Oslo. Dagli studi oltreoceano della Cnn al palco tutto europeo di Bruxelles, sin dalle prime ore successive alla sua candidatura e fino a qualche giorno fa, il premier dimissionario Mario Monti non ha fatto altro che ripetere, da qualunque pulpito parlasse: «Non mi candiderò», argomentandone tempistica e motivazioni.
«Non correrò alle elezioni. Sono senatore a vita: penso che sia importante che la vita politica riprenda in Italia. Faciliterò il più possibile questa evoluzione», ribadiva il presidente del consiglio in carica solo nello scorso settembre ai giornalisti americani che lo intervistavano in merito alla possibilità di ufficializzare una sua discesa in campo, intonando un tormentone ribadito con scadenza quasi mensile nel corso del suo operato tecnico. Un ritornello che a luglio riecheggiava anche a Bruxelles dove, nella sala che ospitava la conferenza stampa conclusiva dell’Ecofin, il professore sosteneva, con assoluta fermezza, l’intenzione di non tornare a guidare l’esecutivo dopo le prossime elezioni: «Ho sempre escluso, e lo escludo anche oggi, di considerare un’esperienza di governo per quanto mi riguarda che vada oltre la scadenza delle prossime elezioni». Un mantra rassicurante per tutti quegli italiani che maggiormente hanno subìto il rigor Monti, e che nella volontà di considerare conclusa l’esperienza a Palazzo Chigi dopo il varo della legge di Stabilità, ha cominciato a intravedere la luce in fondo al tunnel, sperando – come diceva Woody Allen in una sua recente intervista – che non sia un treno…
Eppure, l’accelerato in corsa, diretto alle prossime elezioni, non sembra lasciare del tutto indifferente il premier uscente che, raccolto con soddisfazione l’allarme lanciato dalla stampa internazionale all’annuncio delle sue dimissioni sabato scorso; cavalcando silenziosamente la turbolenza dei mercati, come il monito degli eurocatastrofisti sempre in agguato, per il momento non conferma – ma neppure smentisce – una sua ipotetica candidatura alla prossima tornata elettorale. Tanto che persino sul New York Times ieri si leggeva: «Il nuovo atto del dramma italiano: esce Monti il tecnocrate ed entra in scena Monti il politico?», aggiungendo che, «in una campagna elettorale senza regole», sono anche «aumentate le possibilità che Monti possa correre come candidato».
Insomma, in molti le paventano, i più le danno per scontate, mentre il professore dal pulpito norvegese del premio Nobel commenta i rumors con un laconico «non sto considerando questa questione»: affermazione che apre ad un possibilismo carico di certezze. E a poco vale la pleonastica conclusione «in questa fase tutti i miei sforzi sono concentrati nel completamento del tempo rimanente, che sembra limitato ma richiede applicazione intensa ed energia anche da parte mia», che più che un lascito a futura memoria, fa pensare a punto da fissare e dal quale ripartire a breve.
Dunque la scommessa non sembra vertere più tanto sull’ipotesi di una candidatura, ma sui modi, e soprattutto sui partiti e sulle alleanze, pronte a sostenerla. E allora, considerando il fatto che le dimissioni di Monti sembrano aver favorito e accelerato il processo di aggregazione dell’area moderata, restituendo linfa vitale a un centro fino a poco fa impaludato in infinite discussioni e diatribe interne, e avvitato su se stesso e intorno al nodo delle alleanze, i bookmakers della politica puntano ora sull’effetto trascinamento che rassicura e tempra sia Casini, sia Luca Cordero di Montezemolo: i terzopolisti, infatti, non fanno mistero di sostenere la candidatura di Monti a Palazzo Chigi, pur accontentandosi anche semplicemente di un endorsement della lista per l’Italia, di un sostegno a distanza.
Del resto, in casa Pd il dado è tratto: dopo aver oliato la macchina delle primarie che ha portato Bersani e i democratici al traguardo della scelta senza ombre del proprio candidato premier, è impossibile un’inversione di marcia. Tanto è vero che ieri pomeriggio commentando la possibile discesa in campo del presidente del Consiglio Mario Monti, il segretario Bersani si affrettava ad avvertire: «Sarebbe meglio se Monti rimanesse fuori dalla contesa». Senza considerare poi che Nichi Vendola, ormai chiaro alleato del leader del Pd, non ha mai nascosto di essere “contro” il professore.
Ma non è tutto. Nel campo delle ipotesi sembra aprirsi anche una terza via: quella di una lista Monti, possibilità non proprio fantapolitica, che il professore – rompendo gli schemi bipolari – non escluderebbe di prendere in considerazione.
D’altro canto fin dai primissimi istanti dopo l’annuncio della fine del governo tecnico, tra chi invoca un suo commiato e chi lo tira per la giacchetta, nella diversità delle prospettive e delle esigenze, la teoria più accreditata è che il premier dimissionario abbia annunciato il ritiro negli spogliatoi giusto per prepararsi alla sfida del secondo tempo. E a bocce ferme, si attende quello che la prossima settimana politica porterà, quando i giochi dovrebbero essere fatti e gli schieramenti delineati, aprendo la strada allo scioglimento delle Camere e alle dimissioni da Palazzo Chigi: è in quei giorni, a ridosso delle festività, che puntando magari sul clima natalizio, Mario Monti potrebbe sciogliere le riserve definitivamente…