Medaglia d’oro all’eroina della miniera di Monongah

Ci sono lavori che non hanno conosciuto sostanziali miglioramenti. Tra questi sicuramente c’è quello di minatore, caratterizzato da una serie di rischi che, per quanto possano essere diminuiti sensibilmente rispetto al passato, ancora non sono stati debellati. Senza pensare a quello più grave, cioè l’incidente mortale, esiste una serie di malattie professionali che rendono la vita difficile tanto quanto stare per ore e ore sotto la terra: antracosi, pneumoconiosi, silicosi. Nei Paesi emergenti fare il minatore è come giocare alla roulette russa, basti pensare agli incidenti avvenuti in Cina, maglia nera di morti nell’estrazione del carbone, e in altri Paesi che comprendono sia l’Estremo Oriente sia il nostro continente. Non sfuggono comunque al peggio neanche i minatori degli Stati Uniti, Paese altamente più attento alla sicurezza; per non parlare di quello che avviene nel Sud Africa con l’estrazione dell’oro. I minatori, intesi soprattutto come operai, anche in questo millennio restano poveri, rischiano tantissimo, si ammalano per guadagnarsi il pane. Nonostante ciò difendono con le unghie e con i denti il loro lavoro, come abbiamo visto fare in Sardegna, non solo perché è l’unica fonte di reddito ma perché ne vanno orgogliosi, dimostrando un vero senso di appartenenza a fronte di innumerevoli rischi. Il minatore è uno dei simboli per eccellenza del lavoro duro che evoca anche un lontano passato, quando nelle miniere faticavano persino donne e bambini. Eppure la fatalità è rimasta un banco di prova a cui ancora oggi ogni minatore consapevolmente si sottopone e che si abbina ad una scarsa attenzione dei “padroni” alle norme sulla sicurezza, a una scarsa professionalità degli stessi, alla certezza probabilmente di poter passare inosservati. Dunque non dobbiamo mai dimenticare, non dobbiamo dimenticarli nemmeno oggi. L’Ugl lo fa grazie al lavoro certosino portato avanti dal nostro segretario confederale Geremia Mancini che di miniere se ne intende, essendo originario di Manoppello, paese in provincia di Pescara, che nella tragedia di Marcinelle dell’8 agosto 1956 ha perso ben 23 persone dei 136 italiani scomparsi nella miniera di carbone del Bois Du Cazier. Mancini ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica un’altra terribile strage di italiani avvenuta in passato e rimasta nei cassetti della memoria dei familiari, degli amici delle vittime e dei rari testimoni, senza mai “meritare” il giusto spazio in quella collettiva, tanto da essere stata definita la “tragedia dimenticata”. A Monongah, una cittadina degli Stati Uniti nella Virginia Occidentale, nel 1907 è avvenuta la più grande tragedia mineraria italiana e americana. Alle 10.30 del 6 dicembre una fortissima esplosione, avvertita persino a 30 chilometri di distanza, devasta le gallerie 6 e 8, l’una situata sulla sponda orientale del fiume West Fork e l’altra su quella opposta. La vena di carbone giaceva a meno di 70 metri dalla cima della collina, su cui si apriva l’entrata principale della miniera e a circa 10 metri sotto il livello del fiume. Nella galleria 8 un frammento di oltre 50 chili del tetto in cemento del locale motori fu scagliato sulla riva opposta del West Fork, a oltre 150 metri di distanza. Stessa sorte toccò ad una grossa parte dell’aeratore, che venne scaraventata sulla sponda orientale del fiume, piantandosi nel fango. Testimoni oculari riferirono che la vampata proveniente dal sottosuolo raggiunse i trenta metri d’altezza. L’intera collina su cui si apriva l’entrata della miniera fu violentemente scossa e dal West Fork si sollevò una gigantesca ondata che raggiunse la linea ferroviaria che correva lungo il corso d’acqua. Un bilancio impressionante: 500 e forse più i morti, 135 le vittime non identificabili, 250 le vedove, mille gli orfani, nessun sopravvissuto. Fatto, quest’ultimo, che rese ancora più difficile la ricostruzione dell’incidente da parte della Commissione designata ad indagare. Certezze sul numero reale delle vittime e su quello dei sopravvissuti sono praticamente impossibili ancora oggi da riferire. Anche perché in quel periodo le condizioni degli italiani negli Stati Uniti erano molto difficili, visto che venivano reclutati in quei lavori che i neri si rifiutavano di fare in seguito all’abolizione dello schiavismo. Dal 1907 a ieri, il 6 dicembre 2012 in un incontro dedicato alla tragedia di Monongah l’Ugl ha svelato il nome e la storia dell’eroina di Monongah, Catterina De Carlo Davià, di colei che ha innalzato una montagna di carbone per cercare i resti del marito. A lei, simbolicamente, abbiamo consegnato una medaglia d’oro alla memoria. Per non dimenticare mai.