«L’esperienza del governo s’è conclusa»

«Consideriamo conclusa l’esperienza del governo. Questo non ha nulla a che fare con la persona di Monti, con il suo servire le istituzioni e con con sua lealtà nelle forze politiche e con noi in particolare»». Sono queste le parole pronunciate nell’aula di Montecitorio da Angelino Alfano al termine del faccia a faccia con Giorgio Napolitano insieme alla delegazione pidiellina composta dai presidenti di Camera e Senato. Un colloquio di poco più di un’ora all’indomani della doppia astensione del Pdl sulle due fiducie di giovedì che hanno messo a dura prova la sopravvivenza dell’esecutivo e mandato in tilt gli equilibri all’interno della maggioranza. Il segretario del Pdl è il primo dei leader a salire al Colle per le miniconsultazioni decise da Napolitano per gestire una crisi che se non è formalizzata è comunque nei fatti. Dopo di lui il capo dello Stato ha ricevuto i presidenti delle Camere, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. Tutti eccetto noi, replica polemico Bobo Maroni che si augura si tratti di una svista. «Napolitano incontra tutti tranne la Lega, unico partito di opposizione. Viva la democrazia!», è il suo twitter. Nel pomeriggio, dunque, i presidenti delle due Camere si sono intrattenuti a lungo a colloquio con Napolitano. Un particolare tutt’altro che secondario: i vertici di Palazzo Madama e Montecitorio sono infatti i primi ad essere sentiti in occasione delle consultazioni ufficiali, assieme agli ex presidenti della Repubblica. Quello del Pdl si conferma un «avvertimento», non ancora una sfiducia, un segnale forte di discontinuità a ridosso del voto (sulla cui data è ancora braccio di ferro) per suggellare il nuovo ruggito di Berlusconi e presentarsi al giudizio degli elettori con le mani libere dal sostegno a un governo tecnico troppo spesso digerito per dovere d’ufficio. Alfano conferma davanti al capo dello Stato la linea tracciata alla vigilia all’insegna del senso di responsabilità, ma anche del rigore. «Non abbiamo votato la sfiducia al governo perché avremmo causato l’abisso dell’esercizio provvisorio. Vogliamo concludere ordinatamente questa legislatura, senza strappi e senza mandare le istituzioni e il Paese allo scatafascio», assicura. Che tradotto significa non faremo mancare i numeri per il via libera alla legge di stabilità ma poi si sciolgano le Camere. Evitare lo scatafascio («non ci faremo attaccare addosso la lettera scarlatta dell’irresponsabilità») è la risposta indiretta al monito di Napolitano che ha invitato le forze politiche ad adoperarsi per una fine della legislatura «non convulsa». Ma anche al Pd, che ha buon gioco nel drammatizzare l’accelerazione impressa dal Pdl e nel dipingere il ritorno di Berlusconi sulla scena come una maledizione foriera di catastrofi mondiali. Nelle ultime ventiquattr’ore la risalita dello spread è il nuovo mantra di via del Nazareno nella speranza di lasciare il cerino in mano agli avversari. Ma la verità – ribadisce Alfano – è semplice: tredici mesi fa questo governo nacque perché le cose andassero meglio, dopo tredici mesi le cose vanno peggio. Puntando l’indice sui principali errori del governo che hanno portato progressivamente allo strappo di queste ore, il segretario mette al primo posto la riforma del mercato del lavoro sulla quale «il Pd ha agito sotto il diktat della Cgil a sua volta sotto il diktat della Fiom». Ma anche l’orientamento sulla Palestina, «che ha riorientato la politica estera su una strada che non ci piace. Lo consideriamo un errore e lo ascriviamo al cattivo condizionamento della sinistra». E ancora gli impegni disattesi sul terreno minato della giustizia, sull’abuso delle intercettazioni e sulla responsabilità civile dei magistrati». Il voto sul decreto sui costi della politica diventa il sipario ideale per affondare colpi reciproci in un’atmosfera da ultime ore di campagna elettorale. Bersani e Casini approfittano dei riflettori per attaccare frontalmente l’irresponsabilità di via dell’Umiltà amplificando le conseguenze di una fine prematura del governo Monti. E da più parti arrivano segnali in direzione del voto anticipato, forse il 10 marzo con un’eventuale scioglimento delle Camere tra il 10 e il 20 gennaio, ipotesi fatta anche nel corso del colloquio tra Bersani e il capo dello Stato. «Noi privilegeremo il dialogo con chi sostiene questo governo, lo abbiamo sempre detto e lo confermiamo», dice in Aula il leader dell’Udc rimproverando al Pdl di aver tolto il sostegno a Monti «solo per calcolo elettorale». Il segretario dei Democratici concentra tutti i suoi sforzi sul “drammatico” ritorno del Cavaliere nero e sulla spregiudicatezza del Pdl. «Siete degli irresponsabili, voi e tutti quelli che hanno fatto finta di credervi in giro per l’Italia», ha detto, «la medicina per risolvere i mali dell’Italia non è Berlusconi. Oggi è venuta meno la speranza che il centrodestra italiano possa dare un mano al cambiamento del Paese. C’è l’amarezza per l’eterno ritorno di una strada che ci ha portato al disastro. Leali nel sostegno al governo e alle indicazioni del capo dello Stato. Ma non siamo ingenui e non ci mettiamo sulle spalle il peso della vostra propaganda».
«La notizia di oggi – ironizza Alfano– è che è morta la speranza di Bersani per un centrodestra migliore e più forte, noi non ci eravamo mai accorti che avesse questa speranza». Quando il segretario del Pd dice che la nostra campagna elettorale sarà fatta con slogan, “no tasse”, “no Europa”, “no comunisti”, l’unica cosa che azzecca è “no comunisti”. Lo diremo – spiega – non perché crediamo mangino i bambini ma perché non firmano l’accordo della produttività e immaginano un quadro di regole contro lavoro e imprese». E poi, incalza, «non accettiamo che voi facciate i marziani, non vi consentiremo di sottrarvi alle vostre responsabilità perché avete governato per otto anni. Non faremo riscrivere da voi la nostra storia, non lo consentiremo anche perché quando scrivete la storia amate usare il bianchetto per le cose che non vi convengono e l’evidenziatore per quelle che vi convengono». Intanto il capo dello Stato sonda gli umori dei partiti e dei presidenti delle Camere mentre si rincorrono le ipotesi sull’imminente timing eletotrale. Voto a marzo dopo la legge di stabilità? «Penso di sì – dice Renato Brunetta – perché la legge di stabilità l’abbiamo riscritta noi visto che quella del governo non era buona. Abbiamo finalmente detto basta al governo Monti. Dopo 13 mesi la nostra economia è sul baratro. Riforme sbagliate come quella delle pensioni che ci costa 10 miliardi con il problema degli esodati». Che ne sarà del tecnoprofessore se l’esecutivo è al capolinea? «Conosco Monti da trent’anni, è senatore a vita e non credo che possa avere altre velleità politiche – risponde l’ex ministro – e poi, sinceramente, non è tra le mie priorità il destino del professor Monti». Al di là della data del voto e delle modalità che il Colle deciderà di seguire, restano molte incognite sul tappeto a partire dalle legge elettorale a cui si lega il valzer delle alleanze.
Da via Bellerio non si esclude un riavvicinamento al Pdl. «La possibilità di riaprire il dialogo dipende dalla loro decisione di staccare la spina al governo Monti», avverte Maroni, «finché il Pdl sostiene Monti non c’è possibilità di dialogo. Il problema è capire bene chi decide nel Pdl».