Le bugie sulla Uno bianca

La manualistica riservata ai casi di cronaca nera è sempre più ricca e riserva ogni settimana nuove iniziative editoriali. Il filone dettato dai palinsesti televisivi, in particolare da “Chi l’ha visto” e “Quarto grado” ha reso gli italiani un popolo di santi, navigatori e (da qualche anno) giornalisti investigativi. Chi questo mestiere lo esercita davvero e con cognizione di causa è Massimiliano Mazzanti. Firma storica del nostro quotidiano, il reporter bolognese segue dal suo inizio uno dei casi più intrigati e cruenti della storia criminale recente: i delitti della Uno bianca. In questo filone si inserisce il suo ultimo libro, “Uno bianca: depistaggi, bugie e misteri irrisolti” (Minerva edizioni, euro 18, pagine 390), aggiornamento dell’edizione del 2008. Quattro anni dopo, la vicenda giudiziaria si è arricchita di nuovi elementi e di ulteriori interrogativi.
Un libro costruito come un romanzo, che si dipana lungo la scia di sangue che dal 1987 al 1994 ha gettato Bologna, l’Emilia Romagna e le Marche nel terrore.
Dal primo omicidio, quello di Primo Zecchi (l’unica colpa era stata quella di aver segnato il numero di targa dei rapinatori) fino alla loro cattura, ben sette anni più tardi. L’autore traccia un appassionante excursus investigativo e giornalistico. Ricostruisce i delitti (decine di morti, un centinaio di rapine) e smantella ricostruzioni avventurose, strumentalizzazioni politiche (da parte della sinistra che aveva ravvisato chissà quale complotto terroristico). Mazzanti non lesina critica documentatissime agli inquirenti (magistrati e investigatori) che in sette anni hanno preso più di qualche cantonata. Il “j’accuse” che tiene il fil rouge del libro è pesante come un macigno. Per usare una battuta pronunciata da uno dei tre fratelli-assassini Fabio Savi, dietro la Uno bianca «c’è solo la targa, i fanali e il paraurti». Per l’autore, se non furono arrestati già nel 1991, non fu a causa di chissà quali inconfessabili protezioni oppure per la presenza di un grande vecchio, ma perché ci furono investigatori e inquirenti che, avendo deciso a tavolino chi avrebbero potuto essere gli assassini, non s’accorsero di avere sotto gli occhi, nomi e i cognomi dei veri responsabili.
«Per anni e anni inquirenti e investigatori ritennero per lo più che i delitti che venivano consumati tra la Romagna e Bologna necessitassero di qualche vasta rete di organizzazione, quando, al contrario, poterono essere posti in essere fondamentalmente da due persone, compiendo un errore di valutazione di dimensioni clamorose». Il motivo?
«La civile Bologna, la democratica Bologna, la vetrina Emilia non poteva e non doveva aver generato simili mostri che agivano per procurarsi ciò che si pretende che la terra, l’operosità e l’ingegno di chi vi abita garantiscano a chiunque accetti lo stile di vita e le regole predominanti». Ecco, allora, che non poteva essere altrimenti che «terrorismo». Da qui l’incapacità di vedere e raccogliere le prove più evidenti, da qui le lacune, le amnesie, persino i depistaggi.
Insomma, per dirla con l’autore del libro: «Il vero mistero che si cela dietro le vicende della Uno Bianca si può riassumere in un’espressione sola: lo Stato assolve sempre se stesso».