L’attualità di Romualdi

Che significa “rivoluzione conservatrice”? La lotta politica odierna può essere supportata da validi fondamenti teorici e filosofici? Che ruolo può rivestire l’Europa del Duemila, e quale potrebbe essere il suo mito fondante? A porsi queste domande, fornendo soluzioni di sorprendente modernità, fu un giovane politologo d’area, Adriano Romualdi. Figlio di uno dei fondatori storici del Msi, Pino Romualdi, malgrado la sua breve esistenza (è morto nel 1973 a 33 anni in un incidente stradale) tracciò un percorso ideale che avrebbe influenzato ampi settori della destra. Un patrimonio raccolto, elaborato e concentrato da Rodolfo Sideri. Il libro, edito da Settimo Sigillo, s’intitola “Adriano Romualdi. L’uomo, l’opera e il suo tempo”. Secondo il politologo riletto da Sideri, la “Rivoluzione conservatrice” non è altro che il capolavoro concepito e realizzato dal Fascismo. Questi, infatti, ha saputo contemperare in un’unica sintesi due elementi apparentemente antitetici, riuscendo a “nazionalizzare” le masse inserendole tuttavia in un sistema che ha saputo conservare i valori di Patria, Dio, Famiglia, Fedeltà, Onore. Il fatto è che per Romualdi il progresso, ogni progresso, può ritenersi tale solo a patto di conservarsi immuni dalle tre letali infezioni dello spirito che tanto hanno contribuito alla decadenza dell’Occidente: illuminismo, democrazia, marxismo. Formidabili antidoti a queste tre piaghe dell’anima per Romualdi sono Platone, Nietzsche ed Evola. Tre astri luminosi che debbono determinare la linea di condotta di ogni soggetto politico che si proponga di traghettare l’Italia e l’Europa verso un orizzonte di rinnovata grandezza. Tre capisaldi d’eccellenza riassumibili in una sola parola: aristocrazia. Per Romualdi solo l’aristocrazia – guerriera, spirituale, religiosa – può rappresentare la miglior soluzione possibile al male oscuro che opprime il glorioso lembo di terra sul quale abbiamo avuto la ventura di vivere. Un continente nel quale l’idea di nazione, proprio nel giorno in cui festeggiava i suoi fasti, vale a dire nel momento della disintegrazione dei grandi imperi all’epoca della Grande Guerra, vedeva la comparsa dei due suoi principali carnefici: il wilsonismo e il bolscevismo. Si trattava di due letali tossine disgregatrici scaturite dalle derive materialistiche ed economicistiche di una modernità ormai in via di putrefazione. Urge dunque un processo di radicale rifondazione dell’Europa. E per Romualdi ogni fondazione necessita di un mito e di un elemento unificante. Necessita di requisiti di supremazia etica e morale, archetipi antropologici che dopo Sparta e Atene finirono col confluire nello stato romano, organismo politico rimasto insuperato, da riformulare e attualizzare. Per far questo però, a detta di Romualdi, sono necessari una macchina bellica comune, un’accurata selezione tesa alla formazione di un’elite direttiva, il superamento della lotta di classe attraverso la codifica degli ideali corporativi e dell’umanesimo del lavoro, la riproposizione degli eterni valori dello spirito. Tutto l’opposto dell’immenso bubbone affaristico-finanziario che oggi sta schiacciando i popoli del Vecchio continente.