«La vera malattia è la cattiva organizzazione»

Continua a godere di “buona salute” la sanità italiana? A sentire le parole di Mario Monti («Il nostro sistema sanitario, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove forme di finanziamento», ha spiegato qualche giorno fa) ci sarebbe da preoccuparsi. Lo spauracchio di molti, dietro le parole del tecnico, è chiaro: privatizzazione. Il premier stesso, però, ha subito stoppato le interpretazioni “estensive” della sua dichiarazione. Ma resta il fatto che, secondo Monti, uno dei principi costituzionali fondamentali – quello alla salute – non può più reggere a determinate condizioni. Si capisce che ciò ha creato un caso. Dalla manovra Tremonti del 2011, alla “spending review” e alla legge di Stabilità infatti, è stato un susseguirsi di manovre governative che hanno applicato tagli lineari al settore. Nonostante ciò, però, il “paziente” non sembra manifestare segnali di miglioramento. Rispetto a questo scenario abbiamo cercato di capire come reagiscono e quali ricette hanno da proporre il mondo della politica e quello del sindacato. Secondo Cesare Cursi, senatore del Pdl (sottosegretario alla Sanità nel governo Berlusconi), il premier su un punto pone un problema serio: «Occorre ridiscutere dell’organizzazione del settore a livello nazionale per un motivo: per correggere il disastro della modifica del titolo V della Costituzione che ha creato, di fatto, ventuno sanità regionali. Sanità che non garantiscono univocità di intervento, quello previsto dalla Costituzione all’articolo 32, e di fatto hanno creato una disparità di trattamento inaccettabile». Il senso è che un cittadino non può essere fortunato se nasce in una regione, sfortunato se nasce in un’altra: «Dal punto di vista etico è scorretto». Più che di tagli, allora, Cursi vede l’esigenza di rivedere «come è organizzata la Sanità, come vengono spesi i soldi: dobbiamo creare criteri standard sugli acquisti di farmaci». Altro punto critico è quello della disorganizzazione dei reparti. «Prendiamo i lungodegenti, che vanno assistiti in strutture specifiche. Per questo non possiamo permetterci più di avere tanti piccoli ospedali che pretendono di dare tutto a tutti. Occorre puntare su strutture che vantano eccellenze». Capitolo privatizzazione. «Qui non siamo d’accordo – spiega – perché la nostra Costituzione garantisce tutto a tutti». Detto ciò «occorre prevedere forme di ticket diverse: non è giusto che io che guadagno abbastanza abbia lo stesso trattamento di un pensionato».
Per capire, nello specifico, lo stato della Sanità nel territorio si può fare un esempio: cresce, in questi giorni, l’allarme per i tagli nella sanità a Roma e nel Lazio. La protesta dilaga tra i lavoratori senza stipendio in piazza e tra i dirigenti, dall’Idi al Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina. E persino il Policlinico Gemelli che, dopo aver quantificato in 29 milioni le decurtazioni contenute nei decreti emanati dal commissario regionale alla Sanità Enrico Bondi, annuncia lo stato di emergenza. Rispetto a questo Domenico Gramazio – senatore Pdl e vicepresidente della Commissione Sanità di Palazzo Madama – parla del caos sanità come di un’emergenza potenzialmente esplosiva quanto l’Ilva di Taranto. «Se questi tagli dovessero continuare noi potremmo arrivare, per quello che riguarda le strutture accreditate, a una situazione tipo l’Ilva, dato che migliaia di persone verrebbero mandate a casa. Per questo abbiamo chiesto un tavolo tecnico d’emergenza». Rispondendo a Monti, poi, Gramazio fissa un paletto: «Dico che non va tagliata l’assistenza. Le strutture che abbiamo vanno riconvertite: ad esempio per la creazione di residenze sociali per anziani». La proposta è chiara: «Riconvertire senza licenziare nessuno». Su un punto non si discute. «Non si deve toccare lo Stato sociale. Noi dobbiamo fornire il servizio di assistenza senza toccare le competenze specifiche delle Regioni, e senza toccare l’assistenza che deve essere data a tutti». Vanno verificate le necessità effettive per combattere gli sprechi? «Certo, ma che non si parli di assicurazione obbligatoria. Ma come gli Stati Uniti ci copiano il sistema sanitario e noi vorremmo fare passi indietro? Non possiamo passare da una Sanità che dà tutto a una che fa pagare tutto».
Una preoccupazione, questa, che per Paolo Capone – segretario nazionale dell’Ugl Sanità – va esorcizzata con la buona amministrazione non con ulteriori tagli. «Vero è che c’è un momento critico per la nostra economia, ma è altrettanto vero che la soluzione è un sistema sanitario razionalizzato, più funzionale». Il timore allora, dietro le parole di Monti, «è che si voglia andare verso ulteriori tagli». Su questo punto l’Ugl non intende agire solo in “difesa”. «Il vero problema non è di certo il numero dei posti letto, ma gli sprechi nella sanità pubblica e gli interventi inappropriati in quella privata». Tradotto: inutile tagliare i posti letto se non si mette mano a una gestione più oculati degli acquisti, delle gare di appalto, dei servizi esternalizzati. «È più semplice dire: taglio 5mila posti letti, blocco il turn over, quindi matematicamente ottengo un risparmio. Ma non è quello di cui abbiamo bisogno. Perché la vera criticità, nel pubblico, è la qualità della spesa», mentre nel privato è «il fatto che spesso certificano cure inappropriate, a resa più alta, rispetto a intervento che pretenderebbe costi molto più bassi. Questa determina contenziosi». Ragion per cui un controllo più attento sul rimborso delle prestazione da un lato e sugli sprechi dall’altro, «potrebbe portare alla stabilità dei conti». Anche per Capone, dunque, tutto si può e si deve fare tranne che paventare la privatizzazione del settore. «Le parole di Monti non ci rassicurano: staremo in guardia su questo e su chi, dietro l’allarme, intende speculare. Sia chiaro: mettere a repentaglio il secondo sistema sanitario del mondo è un’azione terroristica».