La nuova carica degli hobbit

Il prossimo 13 dicembre esce per il grande schermo in tutto il mondo il primo dei tre film ispirati al romanzo di J.R.R. Tolkien “L’hobbit – Un viaggio inaspettato”, con Martin Freeman nei panni del protagonista Bilbo Baggins, Ian Mckellen e Christopher Lee ancora nelle vesti rispettivamente di Galdalf e Saruman, e Peter Jackson confermato dietro la macchina da presa. La storia racconta l’ardimentoso viaggio di Bilbo alla ricerca del regno nanico di Erebor, presidiato dal temibile drago Smaug e infestato di goblin e orchetti, fino ad incontrare la decisiva figura del mostriciattolo Gollum, possessore di un anello dai poteri imprevedibili e dal destino segnato. Si tratta di un’uscita pretesa ad una voce dagli appassionati del “mondo secondario”creato da J.R.R.T. con l’omonimo romanzo, con “Il Signore degli Anelli”, “Il Silmarillion” e con le varie antologie di testi ispirate alle diverse Ere della Terra di Mezzo.
Il parto della pellicola è stata travagliato, quasi un’avventura nell’avventura, con problematiche organizzative che avrebbero potuto mettere a repentaglio il risultato finale. Ma la sfida di Jackson, grazie anche all’esperienza maturata con la precedente trasposizione cinematografica, pare possa dirsi vinta: nel comune sentire degli “aficionados” tolkieniani e al netto dei bastian contrari che mai fanno mancare la loro presenza, a giudicare dai primi commenti seguiti alla circolazione dei filmati promozionali, “L’Hobbit” è un film riuscito, che rispetta lo spirito e la forma della versione su carta.
Che cosa possono attendersi, allora, i lettori-spettatori di Tolkien? Un film con meno epica e più favola del suo illustre antecedente. Una pellicola con squarci sul privato alternati a sequenze d’azione pura, in cui gli effetti visivi sono al servizio della storia e non la soffocano con la pirotecnia di immagini scoppiettanti. Una narrazione che, come già ne “Il Signore degli Anelli”, rende in immagini un vero e proprio “bildungroman”, il percorso di formazione di Bilbo che, da uno stadio di inconsapevolezza di sé, perviene ad una condizione eminente per il tramite di alcune sfide mortali. Un’esperienza estetica, in cui la magnificenza degli scenari naturali si associa allo splendore medioevaleggiante delle architetture e dei costumi, senza contare il riferimento subliminale a simboli immortali fra le pieghe della vicenda. Una serie di peripezie e cerche spirituali, che, lungi dal lanciare uno sfacciato messaggio ideologico, trasmette senza parere i valori del cameratismo, del senso del sacro, del rispetto della natura. “L’Hobbit” al di là della destra e della sinistra, quindi, nella comune passione per le cose belle e buone.