Isabella Rauti: «Nei campi hobbit abbiamo imparato a fare politica»

«Gandalf è vivo e lotta insieme a noi…». Ricorda così Isabella Rauti uno degli slogan che hanno caratterizzato la stagione e la particolare generazione politica dei “Campi Hobbit”, gli happening che hanno rivoluzionato il Fronte della Gioventù tra la fine degli anni’70 e gli inizi degli ‘80. Un inno visionario ma allo stesso tempo «un modo per dire che, da noi, i valori di sfida della mitologia tolkeniana erano incarnati come valore attivo e militante. Non era un gusto intellettuale ma piuttosto un esperimento politico molto concreto».

Che cosa hanno rappresentato i “Campi Hobbit”?

Il contrario di ciò che a sinistra credevano. Sono stati la risposta all’esigenza giovanile, altro che campi paramilitari. Sono stati un modo intelligente e creativo per uscire, per “andare oltre” ogni nostalgia, ogni ritualismo. Perché è stato anche grazie alla scoperta del fantasy che i giovani della mia generazione si sono messi ad affrontare temi come la tutela dell’ambiente, le questioni demografiche o quelle della parità di genere. Tutti nodi che poi sono diventati delle sfide tipiche della post-modernità.

Perché proprio la saga degli hobbit piacque così tanto alla destra giovanile di quegli anni?

La saga degli umili, dei semplici, dei puri che non hanno paura di sfidare il Male anche quando il Male, quasi sempre, è più grande di loro. Rappresentavano la sfida contro i giganti. Declinare questa saga ha rappresentato, poi, anche una nuova forma di impegno che altrimenti rischiava di disperdere tutta una generazione nel tunnel neofascista. Come ripeteva Generoso Simeone: era la possibilità di creare un nuovo ordine sociale. Si partiva da un mondo mitologico, fiabesco e si arrivava a farne l’identità di una comunità.

Che cosa ha significato partecipare a quell’esperienza?

È stata quasi una discriminante di appartenenza. Una cifra di distinzione. Sono stati dei veri e propri festival giovanili, in cui la cultura e i dibattiti culturali si affiancavano ai concerti, alla vendita dei libri, alla vita nel campeggio. Si è creata un collante comunitario molto forte. Sicuramente il primo campo – a Montesarchio, nel 1977 – è stato il più duro per l’avvio ma anche il più forte per le emozioni.

Quali sono i suoi ricordi personali?

Tanti. Nel primo Campo hobbit, avevo 14-15 anni, mi ricordo che mio padre autorizzò me e mia sorella ad andare in viaggio da sole per la prima volta. Quella volta spicconammo duramente, come uomini, per rendere vivibile quello che era un campo sportivo desolato. E poi ricordo anche fu nei Campi hobbit che iniziai i miei primi piccoli discorsi al pubblico sulle questioni femminili. Così come ricordo i campi dedicati a soccorrere le popolazioni terremotate.

Esperienze uniche.

Avete dedicato a Eowin, un personaggio di Tolkien, proprio il gruppo femminile del Fdg. Perché?
Eowin è la figura femminile che, pur conservando la sua identità, è capace di fare la guerra nel momento in cui la guerra è richiesta per difendere gli ideali e i valori dello spirito. È un’eroina e un paradigma di femminilità non conflittuale con quella maschile. Incara perfettamente quel principio dello Yin e dello Yang, la complementarità tra i sessi, con la quale allora contrastavamo l’antagonismo sessista delle femministe.

L’anello di Sauron, il simbolo del potere che corrompe, che cosa rappresenta oggi?

Direi prima di tutto il nichilismo il relativismo etico. E anche la prevalenza dell’economia, delle economie, dei poteri forti sulle esigenze dei popoli.

Suo padre, Pino Rauti, cosa ha rappresentato per la generazione dei Campi hobbit?

Ne è stato il promotore. È stato lui che ha portato nei gruppi giovanili le saghe fantasy e quella mitologia. È stato l’ideatore della formula dei Campi hobbit, di quell’applicazione della cultura a una comunità che voleva fare politica. Tutto ciò, la fantasia, è stata più che utile: perché ha dato ai giovani le risposte e un immaginario che, in quegli anni così complicati e duri, sgomberò il campo da forme incapacitanti di nostalgismo.