In Afghanistan il valore del soldato italiano

Un enorme vuoto interrotto da qualche puntino sparso qua e là. Una natura ostile, disperata, crudele. Un mosaico etnico ingarbugliato quanto violento. Un groviglio di traffici illegali, interessi globali e fanatismi arcaici. Lungo i tratturi che un tempo lontano segnavano la “via della seta” non vi sono più lunghe carovane, colorati mercanti, bizzarri avventurieri e tanto meno gli hippies che nei Sessanta cercavano in questa desolazione paradisi artificiali a buon mercato. Oggi ogni pista, ogni incrocio nasconde un’insidia, una minaccia. È l’Afghanistan. Di oggi, di ieri e (probabilmente) di domani. Da più di un decennio, in questo rompicapo geopolitico incardinato nel cuore dell’Asia si consuma una guerra ingrata e misconosciuta. Una guerra anche italiana. Dal 2002 i nostri soldati si battono laggiù. Il loro compito è contendere alla guerriglia la parte occidentale del Paese, un territorio vasto come tutta l’Italia settentrionale. Un impegno pesante, sanguinoso. Talvolta mortale. Gian Micalessin ha voluto raccontare questo lungo, snervante sforzo italiano da una visuale insolita quanto scomoda, difficile. Nel suo ultimo libro “Afghanistan solo andata” (Cairo editore, euro 15.00) il reporter triestino ha ripercorso le tappe e gli snodi della missione attraverso il ricordo e la memoria di otto caduti, otto vicende emblematiche quanto laceranti. Con sapienza e sensibilità Micalessin ha tratteggiato un affresco emozionante, a tratti commovente, sempre dignitoso. Come in un’antica tragedia greca ad ogni nome si levano intrecciate le voci degli amici, dei familiari, dei commilitoni — gli “stasimi” del coro eschileo — intervallate dalle riflessioni del narratore. Pathos e Logos. Pagina dopo pagina il lettore s’inoltra così tra le piccole grandi storie di una comunità militare solida e non retorica — come da sempre sono le “fratellanze in armi” — e incontra un universo umano sorprendente, un’Italia seria, composta. Bella. Ma non solo. La vita e la morte di Carmine Calò, Gianmarco Manca, Marco Pedone, Sebastiano Ville, Francesco Vannozzi, Roberto Marchini, Matteo Miotto, Giovanni Pezzulo, Manuel Fiorito, Roberto Valente ci ricordano che — anche in questo tempo ipertecnologico e post eroico — la guerra è sempre l’eterna fatica del fante. Ieri come oggi. A Maratona come ad Azincourt, sul Carso come nelle vallate del Gulistan.
“Afghanistan solo andata” ci rammenta che i marchingegni più sofisticati, i sistemi d’arma più costosi si rivelano inutili, sordi e orbi se sul campo non vi è l’uomo, il combattente. Con le sue sacrosante paure e il suo coraggio. Come tutti i conflitti dell’umanità anche la guerra afghana è un insieme di attese interminabili, di pazienza, sudore e sangue: ecco il silenzio della sentinella, il sudore del guastatore, lo sguardo del cecchino; e ancora, gli avamposti spersi nel nulla, le piste infestate da mine, la sete, la polvere, la diarrea, i colpi di mortaio nella notte e poi — sempre troppo presto, sempre troppo tardi — la battaglia. Una manciata di minuti pieni d’adrenalina, confusione, rumore, spari seguiti da un silenzio irreale spezzato solo dalle urla dei feriti, la puzza di fumo dei blindati in fiamme, la visione dei corpi senza vita. L’amico, il fratello, il compagno di branda. Morti. Un dolore intollerabile da sopportare assieme ai camerati, immaginando lo strazio di chi attende un ritorno ormai impossibile.
Elaborando queste coordinate, raccogliendo i tanti avvertimenti sparsi dall’autore, ascoltando gli echi di esperienze personali intense che s’intrecciano a riflessioni profonde, il lettore avvertito coglierà la complessità di “Afghanistan solo andata”. Il libro è tutt’altro che un reportage bellico o una raccolta d’epigrafi mortuarie e tanto meno è un’operazione retorica; è uno sguardo inquieto, problematico, che inchioda chi legge sul campo e smentisce chi prevedeva l’uscita definitiva della figura del soldato e dei valori guerrieri — ovvero, audacia, perseveranza, sacrificio, umiltà, senso dell’identità e dell’onore — dallo scenario del pensiero occidentale e, persino, dalla Storia. Micalessin sceglie di non addentrarsi sul tema pace-guerra, amico-nemico — ma gli echi di Clausewitz e di Schmitt restano tra le righe — e ci obbliga a indagare sulle motivazioni profonde che animano quel segmento importante della “migliore gioventù” che ha scelto d’indossare la mimetica e le “stellette”. Domande scomode, certo. Ma necessarie. Per esempio, che senso ha il sacrificio del caporale Miotto o del colonnello Calò e degli altri cinquanta e più caduti sul fronte afghano — senza scordare centinaia di feriti e mutilati su cui si tace per convenienza o ipocrisia — per quest’Italia egoista e piccina, volgare e accidiosa? Le risposte sono, almeno per la cultura dominante, per l’autorappresentazione, per l’italiano medio – lo spettatore che applaude “Mediterraneo” di Salvatores – altrettanto scorrette, fastidiose.
Per noi valgono le parole del generale di corpo d’armata Marco Bertolini, un soldato vero e meravigliosamente spigoloso. Non a caso lo scrittore giuliano ha voluto chiudere il suo libro proprio con un’intervista al comandante operativo del vertice interforze. Con la ruvidità che lo contraddistingue — Bertolini rimane sempre un incursore paracadutista — l’ufficiale sottolinea con orgoglio che senza il sacrificio e l’impegno dei nostri soldati in missione «sarebbe difficile contraddire lo stereotipo di italiano cialtrone, vigliacco e arruffone propalato da un certo nostro culturame. Se non fosse per i nostri soldati cosa rimarrebbe di noi in ambito internazionale? Quale valore aggiunto potremmo esprimere? L’industria del lusso e del superfluo, che qualcuno confonde con il made in Italy, alla portata solo di chi ha la pancia ben piena? La musica rigorosamente de-italianizzata con cui rincitrulliamo le nostre giovani generazioni? I riti dei talk show dell’orrore pomeridiani nei quali l’accavallatrice di gambe di turno titilla le curiosità più morbose del telespettatore medio? Se non ci fossero loro, i nostri soldati, perché un altro Paese, a noi concorrente, dovrebbe preoccuparsi dei nostri interessi? Perché dovrebbe rispettarci? Perché siamo buoni?». Su un muro del Varignano — base del Comsubin, gli eredi della X Mas — resiste la scritta “Di Dio e del vecchio soldato i popoli si ricordano soltanto nel bisogno”.