Ilva, scontro tra governo e magistratura

Sull’Ilva si profila un ulteriore scontro tra magistratura e governo. Dopo la decisione del gip del tribunale di Taranto, di non toccare quel milione e 700mila tonnellate di acciaio che giace sulle banchine dell’area portuale dell’Ilva, scende in campo il governo. Per sbloccare l’utilizzo dei prodotti finiti e semilavorati che valgono, sul piano commerciale, un miliardo di euro circa, Palazzo Chigi ha presentato alla Camera un emendamento “interpretativo” al decreto “Salva-Taranto” che autorizza l’Ilva «alla prosecuzione dell’attività produttiva nello stabilimento e alla commercializzazione dei prodotti ivi compresi quelli realizzati antecedentemente all’entrata in vigore del decreto legge per un periodo di 36 mesi». In questo modo, come ha specificato ieri mattina il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, si dà “coerenza” all’attività produttiva e alla commercializzazione. 

Il conflitto di attribuzione
Il conflitto tra magistratura tarantina e governo è aperto da tempo, quello sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato potrebbe essere innescato tra pochi giorni, probabilmente dopo che il decreto cosiddetto “Salva-Ilva”, già approvato dal Consiglio dei ministri, sarà stato convertito in legge dalle Camere. La decisione sarebbe stata presa nei giorni scorsi, e avrebbe trovato ulteriore “conforto” nelle ultime ore dopo che il ministro Clini ha presentato l’emendamento al decreto. Il conflitto potrebbe essere sollevato dinanzi alla Consulta. Alla Corte costituzionale la procura si rivolgerebbe consegnando il ricorso sul presunto conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato: se i giudici costituzionali lo riterranno ammissibile, il ricorso andrà notificato all’altra parte, cioè al governo, e dovrà essere fissata l’udienza in cui discuterlo. Trascorreranno forse mesi, l’efficacia della legge non sarà sospesa, ma intanto su di essa penderà la spada di Damocle dell’eventuale accoglimento del ricorso della procura.

Forse la fiducia
Intanto la conferenza dei capigruppo della Camera ha deciso che il provvedimento sarà in aula martedì prossimo e il governo, dal canto suo,  sta valutando il ricorso alla fiducia. Nel pomeriggio di ieri Clini è tornato a parlare del decreto: «Prima di tutto bisogna convertire in legge il decreto, poi penseremo a nominare il garante», per l’attuazione degli interventi allo stabilimento. Il ministro ha sottolineato come «le disposizioni previste nel decreto sono legge» e dunque «la magistratura le applichi». E a proposito dell’emendamento interpretativo del governo, Clini ha sottolineato che si tratta di «un emendamento per integrare il decreto con un’interpretazione autentica: il decreto è stato adottato per coniugare la protezione della salute, dell’ambiente e del lavoro. La protezione del lavoro vuol dire continuità produttiva che non è assicurata con il blocco del prodotto finito». 

La penale del 10 %
Il ministro poi in audizione alle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive alla Camera ha sottolineato che «da un punto di vista dei controlli e dei vincoli la situazione è nuova e direi blindata. Nel decreto legge per avere maggiori garanzie sulla realizzazione degli interventi» sono stati inseriti «due aspetti fondamentali: la penale del 10 per cento del fatturato dell’anno precedente; il ricorso alla amministrazione straordinaria che sarà eventualmente indicata dal garante». È previsto, ha proseguito il ministro, «una valutazione trimestrale da parte di Ispra del controllo sanitario che sarà permanente; il monitoraggio lo stiamo organizzando nell’ex sanatorio di Taranto». Il monitoraggio ambientale e sanitario è «una procedura che potrebbe essere estesa ad altri impianti in Italia». A margine dell’audizione il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha sottolineato che la magistratura «ha interpretato il decreto in maniera diversa dal governo». I giudici, ha detto Balduzzi, hanno interpretato il decreto come se fosse «riferito ai prodotti da commercializzare e questa non è l’interpretazione che aveva dato il governo al decreto. La tutela della salute – ha aggiunto – è dentro l’Aia e tutte le cautele che il nostro ministero aveva richiesto vi sono entrate interamente, quindi non c’è bisogno di inserirle in un’altra legge». 

Il danno di un miliardo
La vicenda fa discutere. Per Stefano Saglia, capogruppo Pdl in commissione Attività produttive, relatore del decreto Ilva, l’emendamento presentato da Clini «va nella direzione giusta», è assurdo pensare «di buttare via prodotti già finiti e lavorati». Si tratta di un danno di un miliardo di euro che «innesca un effetto domino con ripercussioni sulle aziende che lavorano i prodotti dell’Ilva. Auspico che tutte le forze politiche si allineino su questa posizione». Come ha evidenziato Clini, continua Saglia, «non siamo di fronte a un braccio di ferro con la magistratura ma un tentativo di chiarire con emendamento laddove il gip di Taranto ha dato una diversa interpretazione».

L’azienda: 1400 operai a casa
E intanto sul fronte occupazionale la situazione è drammatica. L’Ilva annuncia che, in conseguenza del “no” del gip di Taranto al dissequestro dei prodotti, «si fermeranno a catena gli impianti di Novi Ligure, Genova Racconigi e Salerno, dell’Hellenic Steel di Salonicco, della Tunisacier di Tunisi e di diversi stabilimenti presenti in Francia». Inoltre circa 1.400 dipendenti dell’Ilva dell’area a freddo, in particolare laminatori a freddo, di tubifici e servizi, saranno collocati in cassa integrazione o in ferie forzate per un periodo al momento imprecisato. Nella nota l’azienda indica che i 1.400 dipendenti sarebbero rimasti «senza lavoro». Per ora non è stato reso noto se l’iniziativa del governo modificherà la decisione aziendale. E intanto l’Ilva ricorrerà al tribunale del riesame contro il “no” del gip al dissequestro dei prodotti giacenti sulle banchine dell’area portuale.