Ilva sbloccata con l’aiutino del Colle

La tormentata vicenda dell’Ilva, che proprio ieri ha aggiunto al dramma dei lavoratori e delle loro famiglie il ritrovamento del cadavere dell’operaio ventinovenne Francesco Zaccaria, ha scritto ieri una nuova, controversa, tappa politica e giudiziaria su cui gravano anche dubbi di costituzionalità. Una situazione complessa, che dal principio ha posto al centro delle vicende giudiziarie e delle rivendicazioni sindacali, l’uno contro l’altro, il diritto alla salute e il diritto al lavoro: ma, inalienabili entrambi, i diritti possono e devono sussistere. È anche seguendo queste coordinate, allora, che ha lavorato ieri il consiglio dei ministri, in una seduta durata oltre sei ore di discussione e iniziata con più di un’ora e mezzo di ritardo. Seduta terminata nel tardo pomeriggio con la presentazione di un decreto di urgenza che, come sostenuto dallo stesso premier Monti però, «non è semplicemente “salva Ilva”, ma salva ambiente, salute e lavoro». Dichiarazione a cui il presidente del consiglio ha aggiunto la considerazione che «il caso dell’Ilva di Taranto è la dimostrazione plastica degli errori reiterati nel tempo e delle incoerenze delle realtà imprenditoriali e delle pubbliche amministrazioni che si sono sottratte alle responsabilità».
Una gestazione travagliata, quella del decreto sblocca-sequestro, con cui l’esecutivo vuole evitare uno scontro con i giudici, ma anche riconsegnare gli impianti al colosso siderurgico e affidare la supervisione al Colle, tramite l’istituzione della figura del garante che – come spiegato ieri dal sottosegretario Antonio Catricalà al termine del cdm – «deve essere persona di indiscussa indipendenza, competenza ed esperienza, e sarà proposto dal ministro dell’Ambiente, dal ministro dell’Attività Produttive, e della Salute e sarà nominato dal presidente della Repubblica».
Considerazione delle diverse esigenze e sinergia tra le parti in campo, dunque: il decreto legge approvato ieri parte dall’Autorizzazione integrata ambientale approvata a fine ottobre che, come ha sottolineato il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, «prevede l’assunzione dell’Aia come vincolo legge». Un decreto, come ribadito in una nota diffusa da Palazzo Chigi, che «consente un cambio di passo importante verso la soluzione delle problematiche ambientali, il rispetto del diritto alla salute dei lavoratori e delle comunità locali interessate, e la tutela dell’occupazione». E non è tutto: «In questo modo – prosegue la nota – vengono inoltre perseguite in maniera inderogabile le finalità espresse dai provvedimenti assunti dall’autorità giudiziaria».
Un provvedimento, insomma, ai limiti del prodigioso, che sembra mettere d’accordo tutto e tutti, che arriva al culmine di un percorso tortuoso durato mesi di proteste e rivendicazioni, tragici incidenti e trattative silenziose. Un percorso tormentato da vertici e protocolli d’intesa, da mobilitazioni di piazza e consultazioni con le amministrazioni territoriali, e sempre sotto la spada di Damocle del blocco dell’attività e vincolato al braccio di ferro tra azienda e magistratura. Fino a ieri, quando una norma fa ripartire la produzione dello stabilimento siderurgico, e contemporaneamente il risanamento ambientale dell’area, soddisfacendo le sollecitazioni del Colle a cui la norma salva Ilva approvata ieri destina anche un ruolo di controllo, da esercitare con la nomina della figura del garante. Un atto che mette fine al sequestro dell’area disposto dalla magistratura: il decreto legge – recita un comunicato diffuso da Palazzo Chigi – «stabilisce che la società Ilva abbia la gestione e la responsabilità della conduzione degli impianti e che sia autorizzata a proseguire la produzione e la vendita per tutto il periodo di validità dell’Aia».
Tutti d’accordo allora? Si vedrà. Intanto, come opportunamente rilevato dall’ex sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, «in attesa di esaminare – non appena sarà pubblicato – il testo del decreto legge appena predisposto dal Consiglio dei ministri, un’esigenza emerge con urgenza: quella di stabilire un raccordo stretto, nel rispetto delle competenze e dell’autonomia di ciascuno, fra il governo e l’autorità giudiziaria».
«Definire in concreto come far venir meno le disposizioni del sequestro alla luce delle nuove norme – prosegue il parlamentare del Pdl –- come far ripartire la produzione mentre è in corso il risanamento, e soprattutto capire come funzionerà il sistema di relazioni fra le decisioni del garante e le determinazioni della magistratura, non può essere lasciato a un contenzioso istituzionale, che nessuno auspica».
«La drammaticità della situazione – conclude Mantovano – deve far individuare modalità non dialettiche, ma concordate, di applicazione delle nuove norme: lo impongono il loro carattere transitorio ed eccezionale e il perseguimento degli obiettivi sostanziali posti a base del decreto legge».