Il centrosinistra non vuole l’agenda Monti: ma perché i mercati non si turbano?

C‘è un uomo politico italiano che quasi certamente andrà al governo da qui a qualche mese, sulla base di tutti i più autorevoli sondaggi. È un uomo politico che tutti i giorni demolisce l’agenda Monti, promette che smantellerà le riforme del lavoro e delle pensioni della Fornero e ribadisce ad ogni occasione che il “fiscal compact” gli fa schifo. Questo stesso uomo politico non ama in modo particolare l’arroganza della Germania e qualche giorno fa è stato perfino ospite dei metalmeccanici tedeschi incazzati con il loro governo proprio per le politiche del lavoro e del welfare. Questo signore si chiama Nichi Vendola e sarà il probabile vicepremier o ministro del possibile governo di centrosinistra che Bersani formerà in caso di vittoria alle prossime elezioni. La cosa strana, però, è che se all’annuncio della discesa in campo di Berlusconi s’è scatenato il fuoco di fila dei dei montiani e delle cancellerie europee contro il pericolo che l’Italia possa allentare la morsa del rigore sugli italiani, alle continue picconate annunciate dal leader di Sel nessuno sembra fare particolarmente caso. Così, le fiammate dello spread non sono causa di “preoccupazione” per il possibile arrivo dei comunisti anti-europeisti al governo, se la Borsa crolla non è per paura della tobin o della patrimoniale che Vendola potrebbe portare in dote e se la Merkel si arrabbia non è perché in Italia c’è qualcuno come Vendola che non le si inginocchia, come fa abitualmente Monti. La preoccupazione vera, invece, è quella del ritorno al governo di un centrodestra che aveva firmato  la lettera sul rigore dei conti imposta dalla Ue, aveva provato a fare le riforme poi portate a termine da Monti, aveva votato in aula tutte le misure del “fiscal compact” e in più considera il governo tecnico allineato alla propria impostazione economica. Il tutto appare un po’ paradossale, anche alla luce dei silenzi di Bersani, che nulla dice a commento delle bordate quotidiane del suo partner politico. «Duecentomila persone aspettano, sono una realtà drammatica, sono il segno di una certa sciatteria con cui si è affrontata questa riforma», ha ribadito ieri Vendola. Che sul “Corriere” ha subito puntualizzato: «Bersani deve tenere conto dei tre milioni di voti che ho preso». Ma questo non fa notizia, evoca solo ricordi, quelli di Prodi e Turigliatto.