Diario di un aristocratico anarchico di destra

La vita? «Non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla». A dar retta all’aforisma di Gabriel Garcia Marquez, Pier Francesco Pingitore è uno che la vita se la ricorda bene e l’ha vissuta ancora meglio. Il suo “Memorie dal Bagaglino. Diario intimo di un cabaret” (edito da Mursia, 186 pagine, 16 euro) non è solo la raccolta di storie, aneddoti e retroscena di 45 anni di lavoro di un uomo di spettacolo. Rappresenta un piccolo manuale di storia d’Italia nei ricordi di un intellettuale che ha scelto sempre la parte meno conveniente della barricata. Giornalista prima al “Secolo d’Italia” poi a “Lo Specchio”, negli anni in cui stare dalla parte dei missini significava rischiare la pelle, ha sempre rifutato etichette e consorterie. A Broadway non verrebbe in mente a nessuno di sapere per chi vota Neil Simon o per chi parteggia Mel Brooks. Eppure da noi è sempre stato qualificante pronunciare la frase magica: «Sono di sinistra». Pingitore, per gli amici Ninni, non solo si è sempre rifiutato di pronunciarla, ma ha vantato sempre con orgoglio il suo essere di destra, magari «anarchico», ma di destra. Da qui gli anatemi dei critici televisivi, dei salotti televisivi. Da qui le etichette riduttive di inventore del cabaret di destra, o quelle di padre della satira di regime. Invettive che gli non hanno mai tolto il sonno, tanto che anche in occasione della presentazione del suo libro in un hotel romano, Ninni ha colto l’occasione per ribadire la sua filosofia: «Gli italiani vanno in soccorso dei vincitori e voltano la faccia agli sconfitti? Nella mia vita ho fatto sempre il contrario». Siano essi i reduci della Repubblica sociale, come testimonia il suo sodalizio artistico e umano con Mario Castellacci (autore tra l’altro della canzone “Le donne non ci vogliono più bene”), sia la sua stima nei confronti di Berlusconi: «Il difetto? Non dovrebbe raccontare le barzellette». «Anarchico di destra» come ama definirsi, capace di andare controcorrente. Sempre. E nel libro ricorda che al Bagaglino dedicarono una canzone a Che Guevara, in occasione della morte. Oppure la scelta di far cantare a Pino Caruso la canzone del Mercenario di Lucera. «Cantava ogni volta con la mano sul cuore. Lo faceva per proteggersi il petto nel caso gli avesse sparato qualcuno dal pubblico». Un diario, un’autobiografia ma anche un prontuario per chi fa l’autore, il regista o l’attore. Ricordi sparsi, mai banali, come quello ignoto ai più dei suoi giorni a Praga, nell’agosto del ’68 all’indomani dell’invasione da parte dei carri armati sovietici. Intellettuale irregolare (anche se questa definizione gli darà l’orticaria, come le altre frasi elencate nel libro: da soburette «tuttopepe» a «immaginario collettivo»). Irregolare e controcorrente, come al Bagaglino accolse il rientro in pubblico del cantante napoletano Roberto Murolo dopo una vicenda giudiziaria che lo aveva costretto a stare lontano dalle scene. La storia del cabaret più celebre d’Italia, nato in una cantina e successivamente traslocato nel fastoso Salone Margherita, svela retroscena ignoti al grande pubblico, soprattutto per gli inizi lontani dalla tv. Quelli meno conosciuti, pionieristici e romantici. La seconda stagione quella che la televisione ha reso popolare e, in un certo senso, banalizzato è ricca di aneddoti che strappano il sorriso. A ogni soubrette è dedicata una pennellata elegante e ironica.Da Valeria Marini a Pamela Prati, da Natalhie Caldonazzo ad Aida Yespica. Viene raccontata la fatica che c’era dietro gag e imitazioni, di una macchina produttiva che catturava ogni settimana decine di milioni di telespettatori. Trovate ingegnose, talvolta dettate da necessità tecniche, che sono diventate vincenti. Far restare in silenzio i sosia di Achille Occhetto e di Silvio Berlusconi fu una scelta dettata da motivi di opportunità: nessuno dei due era un attore. Giornalista del “Messaggero” il primo, venditore di scarpe il secondo. Ma quei silenzi furono vincenti ed esilaranti. Sosia talvolta profetici, come l’imitatore che interpretava con pochi cambi di trucco, sia Fini che Casini. «Chi l’avrebbe detto che alla fine sarebbero stati davvero la stessa cosa?», chiosa perfido Pingitore.
Ma lo spettacolo che andava in onda ogni sabato sera dal Salone Margherita era uno specchio dell’Italia più impietoso e graffiante di quanto lo si voglia oggi dipingere. Come quando ci fu l’arrivo dei professori a viale Mazzini, nel 1993. Nonostante gli ascolti da record, la trasmissione fu cancellata dai palinsesti Rai. «Naturalmente, direte voi, – scrive Pingitore – chissà le proteste della stampa, degli opinionisti, dei circoli politici. Avranno gridato alla censura! All’imbavagliamento della satira…Altroché. Ci mancò poco che fosse indetto un Te Deum di ringraziamento». Perché Pingitore, lo dimostra anche la sua estromessione l’anno scorso dal Salone Margherita, ha avuto molto onore e molti nemici. Se Achille Campanile dava il meglio di sé in “Tragedie in due battute”, nel libro, Pingitore si diverte a tratteggiare in poche efficacissimi frasi i protagonisti che ha incontrato in quasi mezzo secolo. Trancianti, raffinate, talvolta al curaro. Un album di figurine dei protagonisti della storia d’Italia, passati per il Bagaglino. C’è Giovanni Agnelli, che si presentò da solo alla cassa, comprò un biglietto e se ne andò alla fine del primo tempo, come faceva per le partite della Juventus. C’è pure l’editore Giulio Einaudi, ma anche Federico Fellini, Francesco Cossiga, che fece venire al Quirinale Manlio Dovì. Nella rassegna primeggiano ovviamente gli artisti. Da Gabriella Ferri a Enrico Montesano, da Oreste Lionello a Leo Gullotta, da Pippo Franco a Gianfranco D’Angelo, da Bombolo a Martufello. E poi le donne, le soubrette quelle per le quali ha speso «quanto un appartamento» solo in rose. E poi la politica, i politici, messi alla berlina, talvolta a loro insaputa. Come Schifani e Di Pietro che si tirano da soli le torte in faccia. Divertente? Oppure all’apice grottesco e profetico di una classe politica ormai costretta a inseguire il cabaret e i comici. Poco prima che fossero i comici (vedi Grillo) a inseguire la politica.