De Turris: «Sugli hobbit è arrivata prima la destra»

«In una caverna sotto terra viveva un hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, piena di resti di vermi e di trasudo fetido, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima» così inizia il romanzo di John Ronald Reuel Tolkien “Lo hobbit” che costituisce il prologo del mondo mitologico della Compagnia dell’Anello. Il 13 dicembre (dopo l’anteprima mondiale in Nuova Zelanda di mercoledì) nelle sale italiane arriverà la prima delle tre pellicole girate dal regista Peter Jackson e dedicate alla trasposizione sul grande schermo di quest’opera. Gianfranco de Turris, scrittore, uno dei massimi esperti di questo genere letterario in Italia e fondatore della trasmissione Argonauta – che su RadioUno stasera (alle 23.35) trasmetterà uno speciale sul libro che narra le avventure di Bilbo Baggins.

Nella produzione del professore di Oxford che valore ha avuto “Lo hobbit”?


È nato come una fiaba che lo scrittore raccontava ai propri figli, pubblicato nel 1937 come libro per ragazzi mentre “Il Signore degli Anelli” è invece un’opera non solo per gli adulti, ma per tutti. Di sicuro “Lo hobbit”, come tutte le fiabe, ha una profondità ben riconoscibile perché attinge ad archetipi universali.

In Italia arrivò nelle librerie solo nel 1973.

Come accade spesso da noi, prima si scoprì l’opera principale di Tolkien, “Il Signore degli Anelli”, pubblicato nel 1970 da Rusconi – dietro suggerimento di Elémire Zolla ad Alfredo Cattabiani, e curato da Quirino Principe – e solo dopo tre anni Adelphi inserì nel catalogo “Lo hobbit” (adesso è nelle libreria una nuova traduzione edita da Bompiani con la supervisione della Società Tolkieniana Italiana del suo presidente onorario Paolo Paron ndr).

Tutta la storia ruota intorno alla figura di Bilbo Baggins.

È vero, ma le avventure di Bilbo seguono lo stesso schema di quelle di Frodo: una chiamata dell’eroe, il viaggio periglioso, il superamento degli ostacoli, il combattimento con il drago e il raggiungimento della sua missione recuperando il tesoro. Infine c’è il ritorno a casa. L’unica differenza con “Il Signore degli Anelli” è questa: mentre ne “Lo hobbit” lo scopo può dirsi raggiunto, nella trilogia Frodo alla fine deve distruggere l’anello ma sull’orlo della Voragine si fa prendere dalla brama di potere. Potrebbe non portare a termine il proprio compito se non ci fosse l’intervento di Gollum, che gli strappa l’anello con il dito e saltando per la gioia mette il piede in fallo e precipita nell’abisso di Orodruin.

Ogni tappa della narrazione della Terra Mezzo offre la possibilità di riflettere sui percorsi dell’animo umano.

Le opere principali di Tolkien sono fiabe moderne, raccolgono il portato profondo della favola tradizionale e la aggiornano alla cultura del proprio tempo. Si basano su mitologie epiche comuni a tutta l’umanità: è questo il motivo per cui hanno avuto un successo planetario, venendo apprezzate anche in paesi ben distanti dalla cultura occidentale. Nel viaggio dei due protagonisti si affrontano problemi spirituali che vengono riattualizzati da quel genio che fu Tolkien.

I rapporti di amicizia e cameratismo sono autentici punti di forza nella comunità degli hobbit. Le “radici profonde” sono una chiave per affrontare le sfide del mondo in ogni tempo?

L’amicizia intesa come una grande radice dell’essere umano sicuramente sì. Tra le grandi radici, che addirittura possiamo far risalire all’Iliade e all’Odissea, possiamo anche includere il senso dell’onore, il voler difendere la propria identità, il mantenimento degli impegni e l’essere soddisfatti della propria missione indipendentemente dall’eventuale ricompensa per il compito assolto.

Come per ogni produzione cinematografica, c’è il rischio “mercificazione” per un mondo ideale che invece predica una Weltanschauung critica di una certa visione materialista?

Tutti i prodotti della modernità corrono questo pericolo. Ma le opere tolkieniane sono state vendute in decine di milioni di copie in tutto il mondo. Esiste già una immensa commercializzazione. Il cinema, come la tv e i media digitali, colpisce l’immaginario più della lettura di un libro, ma non potrà mai svalutare ciò che è incarnato dalle simbologie tradizionali.

Il film incontrerà il bisogno di sacro che nessuna secolarizzazione può cancellare?

Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, pur avendo avuto critiche degli appassionati ultraortodossi, è stato una bellissima trilogia di film che ha visualizzato in pieno il mondo della Terra di Mezzo e i suoi valori. Lo hobbit, essendo stato scritto per ragazzi, potrebbe però esser stato prospettato in maniera diversa.

Quando fu presentato il primo film, da sinistra arrivarono strali e critiche rivolte alla passione della destra per l’universo tolkieniano. Adesso circoli di sinistra radicale sono impegnati in un tentativo di “appropriazione” della Compagnia dell’Anello.

Il dibattito su Tolkien tra destra e sinistra è una peculiarità tutta italiana: questa polemica risale agli anni settanta. L’autore de “The Lord of the Rings” fu respinto in toto dalla cultura progressista, ostile ad un’opera “fantastica” e “medievaleggiante”; piacque invece a destra. Gli orientamenti non furono frutto di qualche sottile strategia politica come addirittura è stato detto: alcuni giornalisti di destra, che si occupavano di letteratura fantastica, simbologia e tradizione ne apprezzarono l’opera senza dietrologie. Fu un’adesione spontanea ai valori di un mondo fantastico che sentivamo nostri, cosa che forse alla sinistra è impossibile capire. I campi Hobbit vennero dopo e anch’essi non furono un’operazione “politica”… La sinistra, a partire dagli anni novanta, cominciò un tentativo di recupero di uno scrittore popolarissimo: tutto è possibile, ma non si può forzare la mano né accusare gli altri di strumentalizzazione quando chi accusa è il primo a farlo!