De Cataldo: “Ecco come è nata la mia ossessione per Cohen”

La rivista “Rolling Stone” scrisse una volta che che è impossibile ascoltare o parlare di Leonard Cohen quando fuori c’è il sole. Appena Giancarlo De Cataldo, arrivo all’appuntamento al bar di piazza del Popolo gli ricordo la frase, gli indico il cielo terso e gli strappo un sorriso e una deroga. Un’intervista a uno scrittore su un altro autore è fatto inconsueto. Ma De Cataldo, magistrato, scrittore, drammaturgo, padre di “ Romanzo Criminale” e in uscita con il suo ultimo romanzo “Io sono il Libanese” per Cohen fa più di una deroga. Di Leonard Cohen, poeta, scrittore, venditore di canzoni per esigenza, De Cataldo è anche traduttore ma soprattutto fan. Per capire chi è Leonard Cohen basti pensare che in febbraio è stato insignito con il Pen New England (la filiale nordamericana della più antica organizzazione internazionale di letterati) per riconoscere l’eccellenza letteraria dei suoi testi musicali.

Come e quando è stato il suo primo “incontro” con Leonard Cohen?

Avevo sedici anni e fui catturato, stregato dalla copertina dell’album di “Songs of love and hate” album del 1971. Hai presente quella dove lui ha la barba incolta e sorridente? Da allora non ho più smesso. Cohen è diventato un’ossessione. Ne ero talmente ossessionato che ho iniziato a tradurre i suoi testi eppure non sapevo nulla di inglese. Ho assillato tutti per anni, io con la mia chitarra che strimpellavo le sue canzoni e cantandole anche avendo un timbro di voce abbastanza simile. Mia moglie ne sa qualcosa…

Il modo di sentire/vivere l’amore di Cohen quanto si avvicina a quello di De Cataldo uomo?

Completamente opposti. Lui è preda delle passioni, dei suoi antidepressivi. Vivere accanto a lui è un completo “delirio”, non si può dire certo che sia stato un uomo facile.

Lo ha mai conosciuto?

Mai. Sono stato ad alcuni suoi concerti. Vorrei intervistarlo e in realtà ho già le domande pronte, un sacco di cose da chiedergli. Vorrei girare un film su di lui. Chissà se

Cohen non ha mai raggiunto la fama di Bob Dylan. Il motivo?

Dylan arriva alla massa, parla alla folla. È sempre stato più diretto. Cohen no anche se da dire che c’è una cosa importante che li lega. Tutti e due risentono nella loro scrittura profondamente della loro matrice ebraica.

Quanto Cohen nei suoi testi soffra il fatto di non riuscire in maniera esemplare a seguire le regole imposte dalla sua religione e perché un uomo (come lui) ha bisogno di regole?

Il grande scrittore Michael Ondatije è da sempre ammiratore di Coehn e ha scritto un bellissimo saggio su di lui. Ha definito la poesia di Cohen, «quella di un uomo che si rende conto di vivere circondato dalle sbarre di una gabbia, che può essere, a volte, anche dorata, ma sempre gabbia è». Da qui la dolorosa lacerazione fra il percepire una sfera alta, mistica, religiosa, e l’altrettanto dolorosa consapevolezza della debolezza della carne.

Un episodio della vita di Cohen che le piacerebbe rivivere al posto suo?

A un certo punto lui è a New York e incontra Nico, quella dei Velvet Underground di Lou Reed la bellissima modella finlandese che fu anche musa di Andy Warhol. Bene, Cohen ci prova spudoratamente, la assedia, ma lei niente, troppo evidente la differenza fra la bellezza di lei e il piccolo, ironico ma anche depresso cantante e poeta.
Ecco. Se inventassero la macchina del tempo, la stagione che vorrei frequentare è quella delle avanguardie intorno al Sessantotto. Augurandomi di uscirne vivo, ovviamente.