Clini: le toghe rispettino la legge

Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, è stato chiaro: «Il decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e nelle prossime ore, non nei prossimi giorni, si vedranno i primi effetti pratici dell’attuazione delle sue misure. La legge deve essere rispettata da tutti. Se qualcuno non vuole rispettarla, non è questione di cui debba occuparmi io. La mia preoccupazione è di far partire l’azione di risanamento ambientale dell’Ilva. E mi auguro che nessuno si opponga». Il riferimento è ovviamente alla magistratura di Taranto, che aveva posto sequestro lo stabilimento e la merce già prodotta, sequestro ora vanificato dal decreto del governo. La Procura ancora non ha reso noto se sollevare un’eccezione di incostituzionalità oppure un conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato.
L’Aula della Camera esaminerà il decreto legge sull’Ilva nella seconda metà di dicembre, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei capigruppo di Montecitorio che si è aggiornata per una nuova riunione nel corso della quale sarà fissato l’iter dell’esame del testo. Nel frattempo i legali dell’Ilva hanno depositato alla Procura di Taranto una istanza con la quale chiedono l’esecuzione di quanto contenuto nel decreto legge entrato in vigore lunedì, consentendo all’azienda di rientrare in possesso degli impianti sequestrati il 26 novembre scorso dal gip Patrizia Todisco. La merce è in giacenza sulle banchine dell’area portuale. L’Ilva ha rinunciato all’istanza di dissequestro del prodotto finito e semilavorato, istanza che doveva essere discussa domani dinanzi al Tribunale del Riesame. La rinuncia è stata depositata dal’avvocato Egidio Albanese contestualmente al deposito in Procura dell’istanza per l’attuazione del decreto legge. L’udienza del Tribunale del Riesame sarebbe stata una delle occasioni per la Procura per sollevare eventualmente una questione di legittimità costituzionale del decreto legge approvato dal governo.
Favorevole al decreto il presidente della Cei (Conferenza Episcopale Italiana), cardinal Angelo Bagnasco: «Non si può dare un taglio netto ma, come sempre in questi casi, bisogna trovare una via mediana. Apprezzo molto la firma del decreto da parte del Capo dello Stato. Credo che la firma sia nell’apprezzamento ovvio di tutti perché permette di sbloccare una situazione che era sempre più drammatica per decine di migliaia di persone, preoccupate per la perdita del lavoro e per la salute propria, dei figli e dei familiari». Il ritiro del decreto legge è stato invece chiesto dalla Rete 28 Aprile Cgil, dall’Usb (Unione Sindacale di Base), dell’Associazione Giuristi Democratici, del Forum diritti/lavoro, da docenti universitari e da costituzionalisti. Tutti ritengono che il decreto debba essere sostituito, «come primo atto, dalla nazionalizzazione dell’Ilva». Secondo i firmatari dell’appello, «il decreto con cui il governo ha autorizzato la produzione all’Ilva di Taranto viola il diritto alla salute, i diritti del lavoro e la Costituzione. Per due anni si continuerà a produrre in condizioni di continuo attentato alla salute e alla vita dei lavoratori e dei cittadini, ribaltando il principio costituzionale che prima si risana e si mette in sicurezza e poi si produce».
Tutto questo – osservano – si realizza «scavalcando un atto dovuto della magistratura e cedendo ai ricatti di una azienda criminalmente latitante». Ma «un’altra strada è possibile e giusta: espropriare Riva e pretendere il risarcimento di tutti i danni e il finanziamento degli investimenti necessari; affidare al potere pubblic, con un reale potere di controllo dei lavoratori cui dovrà essere garantito il reddito, la gestione del risanamento e di un piano industriale di ripresa produttiva».
In questi giorni vengono consegnate le lettere per l’avvio della cassa integrazione ordinaria agli operai degli impianti dell’area “a freddo” dell’Ilva. Non è ancora possibile quantificare il numero complessivo ma, al problema di natura produttiva e di mercato che già c’era prima e che aveva fatto preventivare 1940 posizioni lavorative interessate, si è aggiunto il sequestro, disposto il 26 novembre dal gip e chiesto dalla Procura, dei prodotti finiti e dei semilavorati e quindi al blocco delle spedizioni e delle vendite fino a raggiungere il numero complessivo di quasi 5000 lavoratori. Nei giorni scorsi è terminata la procedura di consultazione sindacale. Ora si passa alla fase attuativa. Sono coinvolti tutti i reparti “a freddo” (Treno nastri 1 e 2, Finitura nastri, Treno lamiere, Laminazione a freddo, Tubificio 1 e 2), comprese le manutenzioni centrali e i servizi ma questi ultimi fino a un massimo del 50%. C’è poi da tenere conto della cassa integrazione che ha interessato 1031 lavoratori a partire dal 28 novembre e per cinque giorni (fino a lunedì) a causa delle conseguenze della violenta tromba d’aria che ha colpito il siderurgico mercoledì scorso. Per fortuna sono stati riparati alcuni danni, gli impianti sono stati rimessi a norma e i disservizi sono terminati e quindi il numero di operai in cassa integrazione si è ridotto a circa 450. Il reparto più coinvolto era quello dell’Acciaieria 2. La ripartenza di quest’ultima permette di erodere il numero. Per i 450 operai la cassa integrazione si protrarrà sino alla fine del mese ma progressivamente dovrebbe scendere con la messa in sicurezza degli impianti e la ripresa produttiva. I problemi più critici quelli della zona portuale che ha risentito i maggiori danni. Quasi tutte le gru sono disattivate perché ci sono delle verifiche in corso sulla loro sicurezza. Per discutere di questi temi i sindacati Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil incontreranno l’azienda questo pomeriggio alle 14.30.