Benigni e il trionfo del banale e dell’ovvio: “Viva la libertà” e la crisi scompare

Nessuno deve meravigliarsi se lunedì sera dodici milioni di italiani sono rimasti incollati davanti alla tv ad ascoltare Roberto Benigni che parlava della Costituzione. In piena crisi, nel giorno della seconda rata dell’Imu, alla vigilia dell’autopsia della tredicesima da ricevere e sezionare immediatamente come una cavia da laboratorio, sentirsi dire che il lavoro è un diritto di tutti, la libertà un baluardo irrinunciabile e l’unità un valore che ci unisce, ci fa sentire banalmente migliori: ascoltare da Benigni l’ovvietà del vivere civile dà agli italiani un senso quasi evangelico, espiatorio, al supplizio di una crisi che ci morde fin sotto l’albero di Natale. Ecco perché, un po’ come il titolo del suo film di maggior successo, “La vita è bella”, anche in questo caso Benigni ha trionfato elevando a scoperta folgorante l’idea fondante di una qualsiasi società democratica che crede nella solidarietà e nei diritti dell’uomo. Ma serviva Benigni per ricordarci i valori della Costituzione? Dopo la scontata cambiale pagata dal comico alla Rai dei tecnici e alla sinistra, con quella mezz’oretta di sfottò a Berlusconi che avranno regalato un altro paio di punti al Cavaliere, Roberto ha fatto ancora una volta il divulgatore nazional-popolare dell’usato sicuro. Come per la Divina Commedia, arriva lui a renderci meraviglioso ciò che lo è per sua natura, un valore morale come un passo del Paradiso, qualcosa che dovremmo imparare a scuola da bambini e che invece apprendiamo (estasiati) da un comico televisivo pagato milioni di euro per fare ciò che andrebbe fatto nelle ore di educazione civica o in quelle di italiano o letteratura. Ma se a parlarci della Repubblica fondata sul lavoro è Benigni, ci sembra tutto più bello, più vero, ci sembra quasi che il lavoro sia davvero un diritto di tutti e non un vago ricordo per tanti.