A Melfi prove tecniche di campagna elettorale

Il dado è tratto, il nuovo Cesare si appresta a varcare il Rubicone. SuperMario getta il cuore oltre l’ostacolo e sceglie la platea degli operai di Melfi per abbandonare il sobrio loden e vestire i panni del tribuno moderato, pronto a fare il gran passo per difendere la “sua” leggendaria agenda. Ormai un sacro totem per il fibrillante manipolo di montiani vecchi e nuovi. Tradizionale aplomb e parole distillate a dovere («oggi vince l’Italia che sa rimboccarsi le maniche»), il premier, che proprio ieri Berlusconi ha definito un «piccolo protagonista», anticipa l’annuncio previsto per domenica con un intervento che apre di fatto la campagna elettorale. È un giorno cruciale per Melfi e Monti, nell’area di montaggio dove si presentano i primi due minisuv dello stabilimento lucano, non resiste alla ghiotta tentazione dei riflettori per sfoggiare le prossime mosse verso la corsa a Palazzo Chigi, «la strada moralmente migliore», come ha replicato all’indirizzo di Massimo D’Alema.
Decisivo l’incontro di due giorni fa con Casini, Montezemolo e Riccardi, alfieri del pressing della galassia centrista che lo vuole impegnato in prima persona come candidato premier. Niente ancora di ufficiale per questioni di opportunità istituzionale, ma la road map è segnata e l’intervento di ieri è un primo mattone. «A Melfi nel ‘93 è nata la Punto, oggi nasce punto e a capo, cioè una svolta, una ripartenza nel rapporti tra la Fiat e l’Italia. Quello che accade qui non è magico, ma è emblematico della svolta possibile in Italia. È quello che vorrei per il paese», dice Monti davanti ai vertici del Lingotto. Slittato l’incontro con i giornalisti previsto per oggi, il premier dimissionario quasi sicuramente parlerà domenica, quando scioglierà definitivamente il rompicapo che ha tenuto per settimane gli osservatori alle prese con ricostruzioni, retroscena e dotte interpretazioni psicologiche. L’attendismo montiano non è frutto di indecisione ma di scrupoli istituzionali. Celebrato il rito della consueta conferenza stampa di fine anno, risponderà ai giornalisti e, solo dopo aver lasciato l’incarico, avrà le mani libere per ufficializzare la sua discesa in campo a capo del cartello che vede insieme Casini, Montezemolo, Fini e Riccardi. Tra le incognite restano la tipologia e il numero delle liste montiane, Udc e Italia futura in pole position: quasi certamente ci sarà un unico listone al Senato (dove sono maggiori le difficoltà a superare la soglia di sbarramento) e forse tre a Montecitorio. Non lo vedremo in piazza o riempire i teatri (a questo penseranno Casini e Montezemolo) ma certamente pontificare in televisione. Il ritornello, anticipato ieri, poggia sul vibrante appello a non interrompere il prezioso lavoro svolto per uscire dal tunnel della crisi e recuperare credibilità internazionale. «Penso che sarebbe irresponsabile dissipare i tanti sacrifici che gli italiani si sono assunti. Sacrifici che potrebbero essere prontamente spazzati via facendo ripiombare il paese in uno stato nirvanico». Parole come pietre che suonano come una dichiarazione di guerra all’irresponsabile Cavaliere che “osa” tornare in campo. Tredici mesi fa – insiste il professore – «l’Italia aveva febbre alta e non bastava un’aspirina ma una medicina amara non facile da digerire, ma assolutamente necessaria per estirpare la malattia. Quando ci è stata affidata dal capo dello Stato e dal Parlamento la responsabilità di rimettere in carreggiata l’Italia, eravamo consapevoli dei sacrifici da richiedere agli italiani».
Riverito dai vertici del Lingotto, applaudito dai dipendenti colti un po’ alla sprovvista, mentre fuori dai cancelli dello stabilimento si fa sentire il presidio rumoroso della Fiom in polemica con l’azienda, il premier si esibisce in un peana al «coraggio» dimostrato dagli ultimi investimenti Fiat, «grazie per questa scommessa sull’Italia, è un ulteriore passo di avvicinamento di Fiat all’Italia in momento in cui molti stavano perdendo fiducia su italia come luogo di produzione». E giù iniezioni di ottimismo e fiducia per toccare le corde giuste: «Oggi vince l’Italia che sa rimboccarsi le maniche». Neppure il tecnoprofessore resiste alla tentazione della retorica a suon di metafore: «Dopo il tempo della semina arriva anche il tempo del raccolto. L’Italia sta ricostruendo in sé gli anticorpi giusti e quindi diventa più sana e diventerà più forte. Il linguaggio della verità è essenziale». Tutto questo, va da sé, grazie al saggio timoniere del governo tecnico che avrebbe dovuto tamponare l’emergenza per poi restituire la parola agli elettori e alla politica.
Marchionne ricambia platealmente in un teatrino di reciproci ringraziamenti e inchini.
«In 12 mesi Monti ha fatto cose ammirevoli», esordisce l’amministratore delegato di Fiat, «riconoscente» nei confronti del premier e pronto a fare la sua parte. «Mi auguro che chiunque avrà la responsabilità di gestire il paese prosegua sulla stessa strada avviata e porti avanti un programma che è l’unico in grado di restituire all’Italia il posto e la considerazione che può meritare». Far ripartire l’Italia non è un’impresa facile – continua – «ma l’agenda di questo governo dimostra coraggio, è l’agenda di un paese che non si rassegna alla decadenza e all’abbandono ma si impegna per cambire le cose, per costruire». Più che un endorsement, una benedizione che fa arrabbiare a distanza Nichi Vendola. Ancora più politico l’intervento di Elkann per il quale «Monti ha ricollegato l’Italia con il mondo, garantendo credibilità e stabilità. Ora che si appresta a chiudere il suo mandato auspichiamo che la ritrovata credibilità non venga meno». Si unisce al coro Fini, assente al vertice di mercoledì, che dichiara di lavorare «per quel rassemblement, schieramento, coalizione o lista, lo vedremo strada facendo, che, rifacendosi a Monti, vuole salvaguardare i punti qualificanti della sua agenda, arricchendola con le necessarie riforme sociali, mantendendo sotto controllo i conti pubblici e perseguendo il rilancio dell’economia». Sono gli auguri di Natale del presidente della Camera.