«Una tassa per il Pd, il governo ci ripensi»

Una scelta incomprensibile, uno schiaffo in faccia ai cittadini costretti a tirare sempre più la cinghia. Anzi, «una tassa pro Bersani», come l’ha definita un furioso Angelino Alfano, che costa alle tasche dei cittadini cento milioni di euro. Il day after la decisione del governo di svolgere a metà febbraio le regionali di Lombardia, Molise e Lazio, a meno di un mese e mezzo dalle politiche, incendia il dibattito. Ed è destinata a terremotare ulteriormente gli equilibri fino a ipotizzare da via dell’Umiltà la seria ipotesi di staccare la spina al governo tecnico. Rompe gli indugi in mattinata il segretario del Pdl che accusa l’esecutivo di operare per conto del Pd ignorando gli interessi della collettività. «Il governo rimedi a un errore grossolano e madornale. Il Pdl non può dire di sì». Uscito l’altro ieri dagli studi di Porta a porta, si è trovato di fronte al fatto compiuto con le agenzie che avevano battuto la notizia sulla data del voto. In base alla sentenza del Tar il tecnoprofessore ha cinque giorni di tempo per rivedere i suoi passi e scegliere l’election day per evitare assurdi sprechi. La soluzione? O si anticipano le politiche a febbraio o si posticipano le regionali ad aprile. Altrimenti «si condanna l’Italia a cinque mesi estenuanti di campagna elettorale. Il governo non si può mettere in ginocchio ai piedi di Bersani – continua Alfano – si tratta di una tassa di 100 milioni di euro per anticipare di 50 giorni le elezioni proprio mentre in queste ore si fa fatica a trovare i soldi per gli alluvionati». Anna Finocchiaro grida allo scandalo per «le inaccettabili minacce del Pdl al governo» prima che Bersani si decida a rispondere accusando il colpo, «invito Alfano a non sostituirsi al presidente della Repubblica, «ce n’è già uno e lo fa benissimo». Il centrosinistra ha fretta di votare (ma a distanza di sicurezza dalle politiche) forte dell’accordo locale con l’Udc che gli consentirebbe di conquistare le tre regioni e, sull’onda del successo, mettere una seria ipoteca sulla vittoria di aprile. L’election day, invece, metterebbe allo scoperto di fronte agli elettori la schizofrenia dell’alleanza con Casini. Da via dell’Umiltà sale un pressing che il ministro Cancellieri difficilmente potrà ignorare (Altero Matteoli auspica che il «ministro dell’Interno, che è persona di buon senso, riveda la decisione sul voto a febbraio»). Anche Gianfranco Fini, che ieri ha avuto un lungo colloquio con il segretario dell’Udc, si dice preoccupato per la doppia data che rischia di trascinare il paese in una interminabile campagna elettorale. Il Pd, in questa crociata contro l’election day, rischia di restare da solo. Se il Viminale non rivede la sua decisione, stavolta il Pdl potrebbe arrivare  a rompere con Monti. Alfano si aspetta una rapida marcia indietro del governo, altrimenti, d’intesa con il Cavaliere, sarebbe pronto a valutare tutte le opzioni. Qualcuno parla apertamente dell’ipotesi di togliere subito l’appoggio all’esecutivo Monti per consentire il voto nazionale insieme alle regionali. Fabio Rampelli è stato uno dei primi (seguito da Massimo Corsaro) a ipotizzare di staccare la spina al governo Monti («è una vergogna che un governo tecnico, che dovrebbe solo compiere scelte convenienti per gli italiani, si faccia tirare per la giacchetta dalla sinistra). Tra i più convinti sostenitori delle “elezioni subito” all’indomani della crisi del Lazio, giudica la data di febbraio «né carne né pesce. È solo uno spreco di soldi. Mentre non passa settimana senza che Monti metta le mani nelle tasche di famiglie e imprese». Due e solo due potevano essere le soluzioni – conclude – «elezioni anticipate immediate, che giustificassero questo costo aggiuntivo per i contribuenti, o accorpamento con le politiche di fine marzo».