Stabilità, il sì dell’aula tra “pasticci” tecnici

Il governo va confusione inciampa con le tabelle e incappa in un “pasticciaccio tecnico” che non fa onore ai professori e fa slittare a lunedì l’approvazione della variazione alla legge di bilancio che doveva essere votata contestualmente all’ok alla legge di stabilità, peraltro votata nella mattinanta di ieri con 372 sì e 73 no,16 gli astenuti. Quella che doveva essere una banale formalità si è trasformata in un caso. Anche un anno fa, con Berlusconi ancora al governo, era accaduto un incidente analogo proprio sulla legge di bilancio. In quell’occasione non fu perdonato nulla all’esecutivo di centrodestra, che aveva addotto un errore “tecnico”. Ora i tecnici dimostrano che pure loro possono fare errori tecnici, anche se a loro probablmente la gogna mediatica sarà risparmiata. La questione è semplice: l’approvazione del ddl sul bilancio annuale di previsione dello Stato, insieme al ddl di Stabilità 2013 (l’ex Finanziaria) compone la manovra triennale di finanza pubblica. È accaduto che le discrepanze tra le tabelle della legge di Stabilità e la Nota di aggiornamento del Bilancio (il documento che aggiorna i dati di bilancio in caso di variazioni apportate al bilancio stesso nel corso della discussione parlamentare), abbiano blocato i lavori dell’aula e indotto la Conferenza dei capigruppo a riuirsi e a fissare, tra molte polemiche lo slittamento del voto a lunedi.
Papocchi a parte, a la “palla” delle ddl Stabilità passa ora a Palazzo Madama. Il sì della Camera coincide cn l’ampliamento della platea degli enti locali che non sono affatto contenti del testo, anzi.
Nonostante il restyling del testo in commissione Bilancio abbia migliorato di molto l’impostazione che aveva dato il governo, permangono diverse criticità. Prima i sindaci che hanno dato una sorta di “ultimatum” che scadrà il 29 settembre, quando il testo, sarà, appunto, all’esame del Senato: se non si correggerà il tiro, si dimetteranno in massa. Oltre 1.000 i sindaci che hanno portato in piazza a Milano il malessere delle amministrazioni locali chiamate a sopportare un pesante programma di tagli alle risorse disponibili per i servizi al cittadini. Ieri è stata la volta delle Regioni. «La legge di stabilità non è sostenibile, è necessario modificarla. Diversamente, iniziative forti riguarderanno non solo i Comuni ma anche le Regioni», ha spiegato il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, al termine della seduta della Camera.
In particolare, per le Regioni, la legge di Stabilità è insostenibile su tre punti: la sanità, il trasporto pubblico locale e il welfare. «È la prima volta – spiega Errani – che si riduce il Fondo sanitario nazionale complessivamente di ben 2 miliardi: tutto questo fa comprendere ai cittadini come le difficoltà in cui si dibattono le Regioni pesano su di loro».
Problemi di bilancio anche per quanto riguarda il trasporto pubblico locale: «Viene fatto un passo indietro di 20 anni, ritornando al Fondo nazionale», spiega Errani. Per questo i governatori, oltre a decidere di indire, giovedì prossimo, una Conferenza straordinaria delle Regioni, incontreranno i gruppi parlamentari del Senato e le commissioni «per chiedere indispensabili modifiche al ddl». In tal senso sono già stati preparati alcuni emendamenti.
Il passaggio a Palazzo Madama, dunque, si annuncia non del tutto privo di insidie. E nel ristretto pacchetto di modifiche che i senatori puntano ad approvare ci potrebbe essere qualche ulteriore novità. Come, ad esempio, la riformulazione della misura sull’Imu per gli enti no profit alla quale starebbe lavorando il Tesoro. Anche se questo intervento potrebbe essere dirottato sul decreto sui costi della politica.
Nel ddl stop all’aumento dell’Iva al 10% e tutela esodati
Molte le misure contenute nel ddl, che fino a qualche tempo fa era meglio noto come Finanziaria: dal blocco dell’aumento dell’aliquota Iva al 10% (che sarebbe dovuto salire all’11% da luglio 2013), all’incremento delle detrazioni per i figli a carico. Il ddl stanzia anche fondi per il credito d’imposta a favore delle pmi e amplia la platea degli esodati, arrivando a tutelare un totale di oltre 130mila lavoratori, grazie all’eliminazione del taglio dell’Irpef, che determina un risparmio di 16,6 miliardi di euro.
Soddisfazione sul fronte della sicurezza sul quale il Pdl si è molo battuto. «Accogliendo il mio Ordine del Giorno sul comparto Difesa-Sicurezza il governo si è finalmente impegnato a valutare gli effetti applicativi delle disposizioni contenute nel provvedimento e ad individuare opportune iniziative per superare le criticità del settore, in primis il turn-over e ciò che ne discende in termini di sicurezza per i cittadini», ha detto Edmondo Cirielli.
«Si tratta – continua Cirielli – di incrementare le percentuali entro cui consentire il turn-over, anche per alimentare in maniera consona i fabbisogni di personale delle Forze di Polizia aumentando così la sicurezza dei cittadini; di destinare congrue risorse al finanziamento delle missioni di pace, soprattutto per garantire elevanti standard di sicurezza per il personale ivi impiegato; di assicurare adeguati stanziamenti per le cosiddette spese di esercizio, al fine di garantire piena funzionalità allo Strumento militare; oltre che di tenere in considerazione le necessità delle associazioni combattentistiche e di tutti coloro a cui è riconosciuta la pensione di guerra. Tali questioni, pur già sviscerate dalla commissione Difesa, non avevano trovato puntuale riscontro negli atteggiamenti del governo, che oggi però si impegna politicamente ad attuare comportamenti rispettosi del comparto Difesa-Sicurezza». Il governo ha poi accolto due ordini del giorno che lo impegnano al rispetto dell’Autonomia del Friuli Venezia Giulia. Presentati dai deputati Contento, Gottardo, Di Centa (Pdl) e Compagnon (Udc) impegnano il governo al «puntuale rispetto della decisione della Corte Costituzionale n.241/2012 che, accogliendo il ricorso della Giunta regionale, sancisce il diritto del Friuli Venezia Giulia a vedersi riconosciuta dallo Stato la parte di decimi derivanti anche dal gettito degli aumenti tributari decisi dal governo e che vorrebbe trattenere integralmente a se».