Scegliete Segni. Anzi no, Monti. Vatti a fidare dell’Economist

Sull’Italia grava una crisi politica, sociale ed economica paragonabile solo al «crollo dell’impero romano», un crollo che «prima avviene, meglio è». A scriverlo è l’Economist, il più autorevole settimanale britannico. Ma l’articolo non è di oggi, è giusto di vent’anni fa, datato 28 novembre 1992. Descriveva il nostro come un Paese allo sbando su tutti i fronti. E veniva indicata anche la soluzione: investire su Mario Segni. Ironia della sorte, si leggeva: «Chiedete al primo ministro di oggi, Giuliano Amato, come va l’ economia e lui vi risponderà elencando le cose che devono essere fatte. Ma gli italiani sono nauseati dal loro sistema politico e soprattutto dai loro partiti di governo». Non resta altro da fare che affidarsi appunto a Segni, perché solo così è possibile «abbattere l’attuale sistema partitico». Non indovinò granché, l’Economist, che dopo vent’anni viene ancora ascoltato come se fosse un oracolo, specie quando fa comodo al governo tecnico. Ma la situazione era pressoché uguale: la crisi oggi c’è (anzi, è più forte), il Paese è allo sbando e gli italiani sono nauseati. E l’Economist da tempo ha la sua nuova ricetta: da un jolly all’altro, se prima bisognava affidarsi a Segni, ora bisogna affidarsi a Monti. Perché – come il settimanale britannico ha scritto negli ultimi mesi, in ordine cronologico – «il governo di centrodestra è l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno», «Bersani è solo uno sparring partner», «Monti è invece come la Thatcher: un premier di ferro». E tutti gli sponsor del Monti-bis esultano perché «l’ha detto l’Economist». Basterebbe però ricordare la previsione fatta vent’anni fa, con l’incoronazione di Segni. Non fu una grande profezia. I Monti-boys dovrebbero tenerne conto.