“Rottamati” anche i miti e le parole….

Tra il “dai che siamo forti” di Bersani e “il meglio deve ancora venire” di Obama, un po’ di differenza c’è, bisogna ammetterlo, anche a costo di passare per provinciali. È la stessa differenza che passa tra un incitamento di Oronzo Canà in una partita scapoli-ammogliati e il monito di Braveheart mentre si prepara ad attaccare le truppe inglesi. Ma ciò che è davvero mancato l’altra sera ai cinque candidati alle Primarie del Pd, nel faraonico studio di X Factor, oltre alla suggestione e a qualche idea originale, sono state semplicemente le parole. Che per un politico non sono proprio un dettaglio.

Moretti tradito ancora
Le parole giuste, quelle che non ti ho detto, meglio se di sinistra, quelle che implorava Nanni Moretti a D’Alema nel film “Aprile”, lunedì sera sono quasi del tutto mancate. Ma non solo quelle. Nel confronto su Sky sono scomparse anche le evocazioni, quelle che danno all’elettore il senso della prospettiva politica di un leader, l’immaginazione che vuole andare al potere, l’utopia che utilizza la realtà per trasformare l’elettore in un lucido visionario che va e vota oltre gli schemi tradizionali della generica promessa. Più del fattore “G”, che tanto disturba Beppe Grillo, l’altra sera è mancato il fattore “B”, quel quid che Berlusconi aveva vent’anni fa e che aveva convinto generazioni di elettori depressi e timorosi dopo tangentopoli, a credere in una grande rivoluzione liberale, che s’è poi realizzata solo in minima parte. Ma intanto quel sogno costruito su parole “di destra”, tutte incentrate intorno alla nozione nebulosa ma accattivante di “libertà”, per anni ha tenuto in piedi il progetto di un’area politica alternativa alla sinistra. Per questo oggi, al di là del giudizio sul primo Berlusconi, è utile interrogarsi su quali suggestioni dialettiche abbiano provato a utilizzare i cinque aspiranti premier del centrosinistra per ridare ossigeno alla propria parte politica, assediata e risucchiata nella spirale grillina. Così come è utile capire se i Magnifici Cinque siano riusciti a emozionare i propri elettori di riferimento oltre la scontata fedeltà da militanti, come aveva saputo fare Obama ben oltre i confini degli Stati Uniti, con concetti universali di ottimismo e solidarietà espressi, con coraggio, nella fase storica più triste ed egoistica degli ultimi due secoli. La risposta è semplice: da Bersani a Vendola, da Renzi a Tabacci e Puppato, si è andati poco oltre qualche slogan scritto a penna sul taccuino appoggiato sul leggìo, poco al di là di qualche concetto imparato a pappardella, con uno sforzo impalpabile di toccare il cuore del popolo di sinistra con parole anche vagamente ispirate a concetti di riformismo progressista.

Le parole che non ti ho detto

Sempre per citare Nanni Moretti, stavolta in “Palombella rossa”, «le parole sono importanti». Criminalità, per esempio, magari con l’aggiunta di lotta, guerra, strategia contro la delinquenza, nel solco di Saviano. Invece no. Di tutto questo lunedì sera non abbiamo sentito parlare nessuno dei candidati, come se mafia e camorra, rapidamente citate di sfuggita solo da Bersani, siano problemi secondari perfino rispetto alle coppie gay o alle alleanze elettorali. Ed ancora, da sinistra, ci saremmo aspettati citazioni sull’eguaglianza, sulla democrazia, sulla pace, sulla felicità, sulla solidarietà. Senza spingerci troppo indietro, fino alla Rivoluzione Francese, sono parole “pesanti” per chi aspira a fare il leader di un centrosinistra che non si inginocchia a Casini. Solo Renzi, il più vicino al modello obamiano di comunicazione, ha chiuso citando il “sogno” e la “speranza” mentre Vendola ha parlato di “libertà”. Di Patria, ovviamente, manco a parlarne, ma quello ci può stare. Meno ovvio è invece il silenzio sulla questione meridionale, sul sud, sull’emigrazione dei giovani meridionali e soprattutto sull’immigrazione in Italia, argomento anche questo rimasto ai margini del dibattito manco facesse perdere voti a sinistra. E che dire delle parole “riforma”, “cambiamento”, “ideali”, “valori”, tutta roba che in un confronto tra aspiranti condottieri carismatici di centrosinistra ci sarebbe stata bene. A proposito, nelle stesse ore in cui andava in onda il dibattito, andava anche in scena l’ennesimo disastro ambientale, in Toscana. Nessuno ha parlato però di “alluvione”, magari di “ecosistema”, “ambiente”, “prevenzione”. E il diritto alla salute? La sanità pubblica? Per non parlare della parolina magica , “sinistra”, citata più da Tabacci e Renzi che non da Bersani, che oltre a mettere nel Pantheon Giovanni Paolo II per ingraziarsi i cattolici, ha evitato tutti i riferimenti ai miti pop della sinistra: come il Che, magari, che sarebbe stato utile per coprirsi dal lato opposto. E che dire dell’amnesia generale su Enrico Berlinguer, assente dal Pantheon di tutti? (“Berlinguer è morto di nuovo”, ha twittato qualcuno). Puppato, poi, ha preferito citare Robert Kennedy e il suo “benessere interno lordo”, ma anche Gandhi, che ci sta sempre bene. Renzi, invece, ha scelto, indirettamente, Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti: «Sono un ragazzo fortunato», ha detto. E Bersani? «Se tocca a me, io dirò agli italiani: non vi chiedo di piacervi, ma di credermi»; “believe me”, dunque, alla Tracy Chapman, mentre Vendola ha chiuso annunciando di “voler guardare e sognare un’Italia davvero migliore”, uno slogan che somiglia maledettamente a quel “fare” e quel “crescere” di Forza Italia…