Ricordati i giovanissimi Caduti di Rovetta

Era il 25 aprile del 1945 quando il plotone della sesta compagnia del secondo battaglione della legione Tagliamento – 46 giovani dell’età media di 17 anni – tenuto consiglio, comunicava al signor Franceschetti, proprietario dell’hotel della Presolana in cui il reparto era dislocato, di aver deciso la resa onorevole in cambio della vita. Verso le 15 iniziò la marcia a piedi verso Rovetta, dove il Cln locale decise che i militi dovevano essere trattenuti, disarmati, spogliati di tutto e rinchiusi nella scuola locale. Il 27 aprile successivo giunse a Rovetta una formazione partigiana i cui comandanti si sovrapposero al comitato locale, mostrando subito l’intenzione di sopprimere i legionari. Il Cln locale, dopo averla tirata per le lunghe, propose d’interpellare un ufficiale inglese, un tal “Mohikano”, facente parte della formazione di un certo Lanfranchi, veterinario di Lovere. Il “Mohikano” si disinteressò della sorte dei prigionieri, rispondendo cinicamente: «Fatene ciò che volete». Queste rivoltanti parole segnarono la condanna a morte del plotone. Uno dei ragazzi, Ferdinando Caccioli, riuscì fortunosamente a fuggire, altri tre furono risparmiati per la loro giovanissima età. Per i rimanenti non ci fu nulla fa fare. Il sottotenente Panzanelli, il vicebrigadiere Giuseppe Mancini, figlio di Edwige Mussolini e quindi nipote diretto del Duce, e i restanti quarantuno furono subito messi al muro. La mattanza ebbe luogo sull’esterno sud del cimitero di Rovetta il 28 aprile 1945. Allineati e a gruppi di cinque, i poveri ragazzi furono passati per le armi da un plotone d’esecuzione composto da sei partigiani. Tutti affrontarono la morte con estrema dignità inneggiando alla Repubblica, a Mussolini e all’Italia. Dopo i colpi di grazia i cadaveri vennero gettati al di là del muro dove una grande fossa comune li accolse alla rinfusa. Morirono anche due coppie di fratelli, i Fontana e i Randi. Inutilmente i due più anziani chiesero che fossero risparmiati i più giovani. Al feroce diniego dei carnefici i quattro si unirono in un ultimo abbraccio e s’incamminarono sereni verso l’eternità. I responsabili dell’eccidio, oltre ai già citati “Mohikano” e Lanfranchi, furono: Fomoni detto “Walter” da Ardesio, “Fulmine” e “Cascio” da Costavolpino, Rossi “Buchi” da Castione della Presolana, con il concorso esplicito del maggiore Pacifici, della Sussistenza del disciolto Esercito regio, e la rassegnata passività del parroco di Rovetta. Anni dopo il fatto fu tentato il riconoscimento dei resti dei Caduti da parte delle famiglie, ma la cosa risultò impossibile. A quel punto quello che rimaneva dei quarantatré militi venne tumulato in unica tomba edificata nel cimitero del Verano a Roma. Nel cimitero di Rovetta fu deposta una targa: «A perenne ricordo di 43 Caduti – 28 aprile 1945». Nel 1963 un reparto militare in esercitazione nella zona pose sulla targa un grande nastro tricolore con la scritta: «I privi di onore ricordino: non v’è duol a morir per un sogno che ha nome Fede e Patria». Nello stesso giorno, sulla piazza di Castione della Presolana, un plotone di fanti, puntate le armi verso la Valle di Tede, sparò tre salve in onore del secondo plotone della sesta compagnia/secondo battaglione della legione Tagliamento.

Domenica scorsa, 18 novembre, nel cimitero del Verano a Roma, davanti alla tomba in cui riposano i resti dei valorosi ragazzi, per la settima volta davanti a un folto numero di convenuti ha avuto luogo una cerimonia di commemorazione. L’evento si è svolto a cura dell’Associazione Reduci della prima legione “M” d’assalto Tagliamento e del Comitato Onoranze Caduti di Rovetta. Dopo il saluto del rappresentante dell’Associazione Reduci della Tagliamento, Mariano Renzetti, quello del presidente del Comitato Onoranze ai Martiri di Rovetta, Paolo Piovaticci, e del presidente del Campo della Memoria, Alberto Indri, è stata letta una lettera di Stelvio Dal Piaz, impossibilitato a partecipare. Quindi, all’appello ai Caduti di Rovetta sono seguite la Messa in suffragio dei martiri, officiata da fra’ Innocenzo Visca, la benedizione della tomba e la commossa lettura della “Preghiera del legionario”.